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Come avete potuto?
Come avete potuto farlo?
Voi che con una firma avete concesso
di estirpare quel poco di terra che ci rimane
per un’autostrada, un quartiere, uno stabilimento nuovo,
come avete potuto farlo?
Con che coraggio avete regalato
ai vostri figli e alle nostre figlie
alle vostre nipoti e ai nostri nipoti
una terra di asfalto,
un orizzonte chiuso dal cemento,
un futuro chiuso da una neoplasia?
La sera, coricandovi, come rispondete
alle domande della vostra coscienza?
Davvero vi nascondete dietro al dito
della crescita economica a tutti i costi?
O vi siete semplicemente arresi
alla tentazione della corruzione?
Dovrei scrivere i vostri nomi,
uno per uno, qui sotto,
per gridare di chi è la firma
sulla bara grigia della nostra pianura.
Ma se la vostra mancanza di coraggio è colpevole,
altrettanto colpevole è l’ignavia di molti:
ogni metro di asfalto
è anche la nostra acqua in bottiglia,
è anche l’automobile presa per pigrizia,
è anche il nostro dimenticare
che con ogni gesto di oggi
si costruisce la terra di domani.
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Una chiesa di tappi di sughero
Una chiesa di tappi di sughero.
Mattoncino su mattoncino, tagliati, disposti e incollati a costruire un modello in scala della chiesa di Bellena di Fontevivo. Ma la cosa più importante - per me - è che è fedele anche all’interno. Banchi, altare, cero, fonte battesimale intagliati nei tappi di sughero, quando il modello sarebbe già stato bello solo con l’esterno. Ma Geremia no, non ha voluto che fosse un modello vuoto dentro, lo ha fatto pieno. Anche se per vedere il lavoro fatto occorre sollevare il tetto.
Questo nuovo pezzo del presepe è uno dei più bei regali che ci ha fatto questo Natale. L’amore si può raccontare con diversi linguaggi, dicevamo pochi giorni fa, e penso che questo sia un messaggio piccolo e potente di amore. Che racconta una storia, la lega ad una più grande e le regala alla nostra, attraverso i pezzetti di sughero, di tempo e di attenzione incollati insieme.
E mi chiedo: in quello che dono, che dico, che faccio, mi sto dando il tempo e la pazienza di mettere amore anche all’interno?
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Una questione di Stile
Il lupetto pensa agli altri come a sé stesso,
il lupetto vive con gioia e lealtà insieme al Branco.
Due articoli, la Legge del Branco.
La Guida e lo Scout
pongono il loro onore nel meritare fiducia
sono leali
si rendono utili e aiutano gli altri
sono amici di tutti e fratelli di ogni altra Guida e Scout
sono cortesi
amano e rispettano la natura
sanno obbedire
sorridono e cantano anche nelle difficoltà
sono laboriosi ed economi
sono puri di pensieri, parole, azioni.
Dieci articoli, la Legge Scout.
La prima la imparano a memoria bambini di otto anni, e li accompagna fino ai dodici.
La seconda li accompagnerà dai dodici anni in poi.
Dopo i sedici anni, a questa accompagneranno la Carta di Clan, scritta e riscritta ogni volta la loro stessi.
Non è la prima volta che lo dico, ma mi piaceva ripeterlo in quest’occasione.
La Legge del Branco è sufficiente per essere la base della vita di un gruppo di bambini di una decina di anni, ma soprattutto è abbastanza semplice da essere imparata e capita da tutti o quasi tutti, quei bambini.
E lo stesso per la legge Scout, nei confronti di ragazzi che stanno passando dall’essere bambini all’essere adulti.
Probabilmente, alla base di una comunità di milioni di persone provenienti da storie diverse, che in qualche modo si intrecciano su questa penisola allungata in mezzo al mar Mediterraneo, è necessaria una Legge ben più articolata.
Ma io penso che anche questa Legge, o almeno la Costituzione che sta alla base di tutte le leggi, debba essere semplice. Abbastanza semplice da far sì che tutti, con un po’ di sforzo, la possano capire.
Abbastanza semplice da poter essere letta, capita, fatta propria e amata come ciò che rende di noi un unico popolo. Abbastanza semplice da far sì che bravi insegnanti possano raccontarla, trasmetterla, lasciarla come testimone agli adulti di domani.
Almeno in certe sue parti, la nostra Costituzione è straordinaria in questo.
Le idee che stanno alla base dell’idea di Italia, e i suoi tratti fondamentali, stanno scritti in un libretto di meno di cento pagine, in caratteri grandi. In un linguaggio chiaro, senza fronzoli; un linguaggio che, per chi sa ascoltarlo, parla.
Parla di uomini che hanno visto la libertà sottratta dall’idea che la politica è una cosa complicata, una cosa che va lasciata ad altri, una cosa da tecnici; di uomini che hanno visto la guerra e hanno capito cosa è importante e cosa è superfluo; di uomini che si sono battuti per riconquistare quella libertà.
Di uomini che hanno voluto ricostruire l’Italia, cercando di mettere insieme storie e idee diverse, e cercando di consegnare ai figli un’Italia, una legge e una Costituzione che potesse essere condivisa e partecipata da tutti.
La Costituzione può essere cambiata, è stata cambiata e deve essere cambiata perché l’Italia cambia e gli italiani cambiano: non deve essere solo la Costituzione dei nostri nonni, deve essere la nostra Costituzione.
Ma credo che non debba perdere mai la sua semplicità, la possibilità di essere capita da tutti.
Quindi, penso che voterò no al referendum, prima di tutto per una questione di Stile.
Perché già leggere il titolo V della Costituzione, modificato dalla riforma del 2001, è un pugno in un occhio: dal linguaggio chiaro e lineare della Costituzione si passa ad un contorto burocratese pieno di giri di parole, tecnicismi e rinvii ad altri commi e articoli…
Non voglio che questo si ripeta ancora, che il legislatore riempia di articoli complessi e contorti il resto della nostra Costituzione, pensando che tanto nessuno la leggerà, a parte gli addetti ai lavori.
Questa riforma porta alcune novità che condivido, molte che non condivido, ma soprattutto riscrive molti articoli con un linguaggio complesso, difficile da capire, pieno di rinvii al comma tal dei tali etc etc etc…
Io penso che l’Italia, prima di tutto, abbia bisogno di italiani che si riaffezionino alla politica, che amino il proprio paese e che sappiano collaborare; e per far questo c’è bisogno che conoscano, capiscano e condividano le sue leggi, e che partecipino al processo decisionale.
Che, citando i discorsi conclusivi dell’Assemblea Costituente, possano dire “questa Costituzione è mia, perché l’ho discussa e vi ho messo qualcosa”.
E dunque la prima urgenza è quella di semplificare le nostre leggi, non renderle più complicate!
Questa riforma vuole togliere il bicameralismo perfetto.
Ma è davvero una necessità così grande?Non è più urgente sciogliere una burocrazia amministrativa che paralizza il paese? Sbrogliare il groviglio della giustizia per far sì che combatta efficacemente la criminalità?
Vogliamo davvero, in nome della rapidità nell’emanare le leggi, sacrificare la garanzia che ci da il passaggio del testo dalla Camera che l’ha scritto ad un’altra che lo possa leggere in maniera più distaccata?
Io non sono così convinto.
E, anche ammesso che vogliamo farlo, almeno facciamolo per bene!
Togliamo del tutto una delle due Camere!
Quello proposto dalla riforma è un bicameralismo a metà: le leggi fanno avanti e indietro comunque, ma per alcune il Senato conta come il due di picche. Dice la sua, ma tanto lo si può anche non ascoltare.
C’è, richiede tempo, risorse e soprattutto richiede articoli ed articoli per essere definito e regolato.
E richiede sforzo agli italiani per essere compreso.
E tutto questo per un potere inferiore a quello che ha adesso?
No, io non sono d’accordo con questa riforma.
Ma sono contento di andare a votare, e spero che saremo in tanti: perché potremo dire che, almeno con un voto, su quella Costituzione ci siamo anche noi. Sarà anche nostra.
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Dieci giugno
Finito.
Il sole del 10 giugno scende verso l’orizzonte, in un cielo che si è appena liberato delle nuvole.
Finiti gli scrutini, finita (o quasi) questa prima avventura dall’altra parte della cattedra.
E la grande domanda che mi faccio (ma che, credo, si fanno in molti) è: avrò fatto bene?
Ora che finalmente ho un attimo di pace riguardo a quest’anno con un po’ di calma, e cerco di dare le giuste dimensioni al lavoro fatto: un anno scarso da supplente di scienze in un liceo scientifico e da insegnante di sostegno in un istituto professionale.
O, se volete, il compito di guidare verso la maturità (umana e non solo esame) centocinquanta ragazze e ragazzi, cercando di tradurre in un numero i loro sforzi, più o meno grandi e più o meno efficaci, avendo conosciuto di loro soltanto una cinquantina delle circa centocinquantamila ore di vita. Sapendo che quel numero e quelle decisioni prese se le porteranno dietro per sempre.
So di aver fatto del mio meglio, ma so anche che, con ogni probabilità, non tutte le decisioni prese saranno state le migliori.
Quello che però vorrei lasciare, sono i miei pensieri su questo mondo che ora ho visto da due, anzi da tre lati, da studente, da tecnico, da insegnante.
Il primo pensiero è che, credo, abbiamo bisogno di rivedere quello che la scuola dovrebbe dare ai ragazzi.
Chi vogliamo formare?
Io penso di saper rispondere: persone mature e autonome, capaci di costruirsi la felicità e di vivere responsabilmente su questa Terra insieme agli altri.
E siamo sicuri che la scuola dia davvero gli strumenti per questo? E che li dia a tutti?
Studiare italiano, storia, latino, scienze, matematica, etc… è quello che ci serve? E’ tutto quello che ci serve? Stiamo dando il giusto spazio a ciò che riteniamo importante dare ai ragazzi?Secondo me, sì e no. Anzi, soprattutto no (ma è universalmente noto che non sono mai contento!).
Posso capire che ad uno studente di un liceo scientifico, in futuro, probabilmente servirà saper calcolare una derivata, scrivere un articolo in italiano o inglese impeccabile, conoscere l’anatomia del sistema circolatorio umano.
Ma siamo sicuri che uno studente di un istituto professionale, un futuro operaio tornitore (e magari anche padre di stupendi bambini, pilota di motocross o tutto quello che vorrà mettere nella sua vita) abbia per forza bisogno di saper risolvere un’equazione di secondo grado? O di conoscere il significato della parola “eterotrofo”? Senza dubbio sono conoscenze utili, ma vale la pena vincolare alla valutazione di questi argomenti il completamento del percorso di studio?
Ricordiamoci che la scuola è obbligatoria per tutti i ragazzi, e con tutti intendo sia quelli che amano star seduti cinque ore ad ascoltare uno che parla, sia quelli che fermi dieci minuti non ce la fanno proprio a stare…
Riguardo a questi argomenti abbiamo ormai tecniche e strumenti collaudatissimi per far esercitare i ragazzi (o almeno i bravi ragazzi).
Ma possiamo dire la stessa cosa per altre cose, come la capacità di lavorare in gruppo in modo costruttivo? La legalità? La gestione dei conflitti? La tutela della propria salute? La gestione dei rapporti affettivi? La partecipazione politica? I diritti e i doveri di un cittadino? La gestione (anche economica) di una famiglia, la crescita di un figlio? Eppure è molto probabile che tutti, o quasi, i nostri ragazzi dovranno affrontare queste sfide. O ancora, quanto impegno dedichiamo a fare della scuola e della classe una comunità accogliente (una famiglia felice, avrei detto sotto altre vesti), dove i ragazzi possano vivere momenti felici, profondi, sereni?
Qualcuno, forse, mi farà notare che si fanno già alcune attività su questo. Certo. Ma quante ore, quante persone, quante risorse dedichiamo a questo, e quante a latino, disegno, scienze, matematica … ? Ai ragazzi cosa facciamo apparire come più importante?Un secondo pensiero va al voto.
A quel maledetto voto, che la legge impone (più o meno) fin dalla prima elementare.
Un numero: e come numero, un’etichetta assegnata ad un elemento di un insieme ordinabile, cioè una classifica.
Dove puoi dire questo è maggiore di quello, il tuo è minore del mio, io sono inferiore a te.
Ma ci serve veramente? Dobbiamo veramente far sì che tutta la scuola sia una grande gara governata da una grande classifica?
Purtroppo non ho risposte vere a questa domanda.
Non serve come motivazione, esistono molti altri strumenti: possiamo dare giudizi, premiare i traguardi raggiunti, o semplicemente cercare di trasmettere il bello di ciò che facciamo.
In fondo in fondo, non è nemmeno così fondamentale per trovare lavoro, che cosa ti dice che non ti possa dire una valutazione responsabile a tu per tu della persona, scoprendola anche attraverso quello che dicono di lei quelli che l’hanno conosciuta?I percorsi scolastici, però, sono percorsi a livello di difficoltà crescente, e per riuscire ad affrontare il successivo devi essere padrone del precedente, o ti ritroverai davanti un gradino troppo grosso da superare, ti troverai senza strumenti di fronte ad un problema troppo difficile, e ti perderai.
Ed ecco che ti serve uno strumento che ti dica quando sei pronto e quando non sei pronto a passare al livello successivo, e questo strumento oggi è il voto, insieme con il giudizio degli insegnanti.
Ma davvero l’unico strumento che abbiamo è questo? Col rischio di stampare un numero nella memoria e nell’autostima di chi non è in testa alla classifica?Sono sicuro, però, che dovremmo cercare di dare meno importanza ai voti. La prima cosa che un ragazzo racconta quando torna a casa non dovrebbe essere il voto preso, secondo me. E un ragazzo dovrebbe poter vivere con felicità e serenità la scuola anche con quattro in tutte le materie: primo, perché deve sapere di aver sempre la possibilità (e la capacità) di migliorare; secondo, perché non deve viverla come una colpa.
Io riesco a fare a malapena tre trazioni scarse alla sbarra prima di crollare, che potrebbe grosso modo essere un quattro per un qualsiasi frequentatore di palestra. Ma è colpa mia? Dovrei vergognarmi di questo, o esserne punito? Sto facendo del male a qualcuno? No! E’ semplicemente lo stato delle cose, che dipende dal mio impegno ma anche dalle mie condizioni di salute, da come altre persone mi hanno spinto ad allenarmi e da come è fatto il mio corpo.
E così dovrebbe essere per i risultati in tutte le materie!
Certo, se non miglioro probabilmente non potrò fare l’acrobata, e questo può essere importante saperlo se devo decidere il mio futuro, ma non deve passare l’idea che un voto basso significa che il ragazzo ha sbagliato.
Altro pensiero.
L’uomo è fatto per correre.
Abbiamo due gambe con muscoli potentissimi, visione binoculare per una rapida percezione della distanza di ciò che ci circonda, raffinatissimi sensori per l’equilibrio, e siamo una delle pochissime specie di animali che ha ghiandole sudoripare sull’intera superficie corporea, per smaltire in modo estremamente efficiente l’enorme calore sviluppato dai nostri muscoli durante una corsa prolungata. Siamo letteralmente macchine per correre.
E noi teniamo tutti i nostri ragazzi, in piena età dello sviluppo, tutte le mattine per sei giorni alla settimana, dai sei ai diciannove anni, seduti ad un banco quasi senza interruzioni.
Quando andavo a scuola mi sembrava normale. Quando me ne sono reso conto, all’università, mi sono chiesto come sia possibile pensare un’assurdità del genere.
Certo, è un buon metodo per gestire un gran numero di studenti in spazi ristretti con poco personale.
Ma credo che dovremmo fare del nostro meglio per scardinare i nostri ragazzi dai banchi, e far sì che siano loro a muoversi, a fare, a esplorare, piuttosto che l’insegnante a spiegare.Ancora un altro pensiero. Siamo quasi alla fine, anche perché la sera è diventata notte e il 10 giugno sta per diventare 11.
A scuola ci passano buona parte del loro tempo sia i ragazzi che gli insegnanti, ma anche il resto del personale scolastico. E i genitori, non fisicamente, ma moralmente e in quanto investiti dalla costituzione del compito di istruire i figli.
Eppure raramente ho visto una comunità così divisa come questa, in cui ogni fetta è come una fazione e gli altri gli avversari, in una sorta di grande, permanente tregua armata.
Santo Cielo, cerchiamo di comunicare un po’ di più! Innanzitutto impariamo ad ascoltare le altre parti, prima di voler dire la nostra; e soprattutto noi adulti iniziamo per primi a farlo, non possiamo certo pensare di aspettare che siano i ragazzi a dare l’esempio! Abbiamo organi collegiali, usiamoli davvero come tavole in cui ognuno ha la stessa voce in capitolo e la stessa capacità di contribuire alle decisioni…
E, capisco che a volte tra genitori e insegnanti capirsi è una sfida, ma è una sfida così importante che merita almeno dieci volte l’impegno e il tempo che dedichiamo a tutta l’inutile burocrazia scolastica!L’orologio segna i primi minuti dell’undici giugno, e forse è ora che io chiuda il computer.
Ho voluto lasciare questi pensieri perché mi sta a cuore dare il mio contributo per far crescere la scuola, perché nel bene e nel male il modo in cui facciamo crescere gli adulti di domani è, credo, il modo più efficace di cambiare il mondo.
Sono sempre molto critico ultimamente, ma vorrei ringraziare le (molte) persone che ho conosciuto e che stanno facendo davvero del loro meglio nella scuola, tra i miei colleghi, ma anche tra i miei studenti e tra le loro famiglie, perché mi rendo conto che fare i genitori è il mestiere più difficile del mondo.
Sono anche loro il motivo per cui mi sento di dire di aver passato un anno facendo un lavoro_ bello_, un anno che so di non aver sprecato.
Buona notte, e Buona Strada a tutti -
Si parte!
Prima ancora che il vento porti fresco e pioggia,
prima dei colori del bosco e del bramito dei cervi,
prima che la sera salga la nostalgia del sole
e prima ancora del profumo dei porcini,
è la voglia di vita che hai dentro a dirtelo, che devi partire:
quella voglia di vita che non sa più dove correre,
e allora diventa voglia di correre;
quell’amore traboccante per il mondo,
in un mondo che sembra aver dimenticato l’amore;
quella voglia di cantare, e di trovare ancora intorno un mondo che canta.
E allora devi partire,
lo sai che devi partire,
e te lo dice qualcosa di più profondo della ragione,
più antico del cuore e persino di queste montagne,
più potente di tutta l’acqua e il vento e il sole di questa terra.
E ti senti dentro il coraggio di superare tutto,
persino la morte se si presenterà;
e ammiri il coraggio di chi invece resta,
di chi crede che in questo inverno troverà ancora sole.
Si parte, quindi.
Arrivederci, ad una nuova primavera!
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Io non ti ho mai vista, Primavera.
Io non ti ho mai vista, Primavera.
Mai, prima di oggi.
Mai, come ti vedo oggi.
C’eri,
come ci sei ora,
dalle prime margherite,
dalle macchie pallide di primula nel sottobosco bruno,
nella corsa alla vita dei giorni freddi della veronica e del lamio,
nella veste color neve e sole dei prati,
quand’è il turno della margherita e del tarassaco;
fino all’esplosione di cascate verdi, dal basso e dall’alto,
quando erbe vecchie e nuove, spighe e capolini,
si lanciano verso la luce, sotto i rami che tornano a vestirsi.
C’eri,
come ci sei ora,
dall’arvicola in mezzo alla neve
che sfida uomini e freddo per un po’ di sole e di cibo;
dai caprioli che si coprono di rosso,
dalle prime api infreddolite
fino al ronzio delle osmie in cerca di casa,
e al volo delle libellule sugli stagni.
C’eri,
come ci sei ora,
dai codibugnoli che imbottiscono il nido,
dal giorno del primo merlo che canta,
che diventano poi due, dieci e infine una città intera.
In chi è rimasto e in chi ritorna,
e in chi ancora ha molta strada da fare.
Nel canto delle capinere all’alba,
nel chiasso degli storni,
fino alle rondini che riempiono il cielo di voglia d’estate.
Primavera,
oggi ti ho vista
più bella di ieri
più viva che mai.
Passo passo,
lascia che scopra
quell’immenso che ancora non so.
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Caino, Abele e il capitale
In un mondo molto semplice, vivono solo due fratelli, Caino e Abele.
Ogni riferimento a fatti, cose o persone è puramente casuale.I due fratelli hanno, ciascuno, una vacca, che mungono due volte al giorno, mattina e sera, per ottenere il latte. Siccome il latte è un alimento completo, e in questo mondo molto semplice anche loro sono organismi semplici, per vivere hanno soltanto bisogno di un po’ di latte.
Vivono così, felici e contenti, ciascuno con la sua vacca, finché un giorno la vacca di Caino si ammala e muore.
Abele, mosso da compassione, gli dice “Caro Caino, la mia vacca può produrre latte a sufficienza per tutti e due, è sufficiente che ci alterniamo a mungerla. Ti faccio questa proposta: tu vieni una volta al giorno a mungere la mia vacca al mattino, e metà del latte che produce è tuo.”
Caino accetta, anche perché di altre vacche in circolazione non ce ne sono, e lavorare in compagnia è più interessante che lavorare da soli.Scoprono così che lavorare insieme è molto più produttivo che lavorare da soli: si confrontano e si scambiano le esperienze, e così facendo riescono a raddoppiare la produzione di latte. Ora, già solo la mungitura del mattino è sufficiente a produrre il latte che serve ad entrambi.
Abele, quindi, smette di mungere la vacca la sera, si siede sul prato con un filo di paglia in bocca, e osserva compiaciuto Caino lavorare. Caino, secondo i patti, munge la vacca al mattino, e il latte che produce, più che sufficiente per entrambi, viene diviso tra i due fratelli.E quando Caino, tutto sudato dalla fatica, si rialza da sotto la vacca e chiede ad Abele cosa sta facendo, questo risponde con un sorriso: “Amministro la mia proprietà!”
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In una notte di novembre
Fermo sul prato, guardo il cielo.
La città è spesso avara di stelle, ma questa notte sembra averla presa in prestito da qualche sua collina.
E soprattutto, stanotte il cielo mi ha chiamato.
E, sai, quando è il cielo in persona che ti chiama, magari è il caso di rispondere.
Non che mi abbia detto niente, eh: è stato semplicemente uno sguardo.
Non è nemmeno tardi, torno da una cena, ma prima della mia porta guardo in su. E c’è un cielo che mi guarda. Non ho fretta, né motivi per rifiutare: stanotte i Signori Grigi non sono in zona.
E quindi sono fermo sul prato, e guardo il cielo.
Senza eventi speciali, sento il fruscio di una pagina nuova della mia storia.
Sento la gelida vitalità delle veglie, persino, chiarissimo, il profumo del nardeto alpino sotto i piedi. Momenti lontani anni e chilometri, nell’attimo di bellezza mentre apri e chiudi la scatola dei ricordi.
Non ancora la meta, ma la strada l’ho trovata, credo, su cui calcare i miei passi da domani. -
Questa imprevedibile vita
La vita è straordinaria, per come ti sa stupire.
Per come ti fa regali meravigliosi proprio quando meno te lo aspetti.
Comincio a pensare che, se hai la pazienza e la forza di osservarla così com’è, senza farti illusioni, senza voler per forza ricondurla a un tuo schema delle cose, puoi trovare un mondo di bene e di bellezza in tutto, anche nei momenti più difficili.
Hai presente il “messaggio di tenerezza”? Quando il Signore dice, quando vedi una sola serie di impronte, nei momenti più difficili, sono io che ti ho tenuto in braccio.
Ecco, comincio a credere che sia proprio così. Che quando ti aspetti che la vita di sbatta addosso il suo volto più truce, scopri che truce è solo il modo in cui la dipingi tu.
Che in realtà ti sta dicendo “alzati, è ora di partire, c’è una nuova tappa che ti sta aspettando”.
Mi sento sempre meno cattolico e sempre più credente.
Foto di Marco Tarasconi
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Notte prima degli esami
- DLIN DLON -
Le porte automatiche si aprono e il trenino mi scarica nella stazioncina di un anonimo paesino di fondovalle: giusto una tettoia, un pannello degli orari e una saletta di aspetto, al pianterreno di una casa privata.
Non ho idea di dove andare, ma di solito ho un istinto abbastanza affidabile, così mi lascio guidare da lui. Seguo la ciclabile lungo un bianchissimo ponte pedonale, un sottopasso, una rotonda ed eccomi: il viale alberato mi porta nella mitica cittadella della scienza agroecologica, l’inaccessibile eldorado dei giovani naturalisti.
Mi affaccio alla porta del primo edificio che trovo, e chiedo indicazioni alla prima persona che incontro: dopo avermi fissato, interdetta, per un po’, mi consiglia di rivolgermi alla porta sull’altro lato. Qui semino il panico nel primo ufficio a cui busso: dopo vani tentativi di contattare telefonicamente chi di dovere, la mia interlocutrice perde definitivamente le speranze di poter riprendere in breve tempo l’urgentissima conference call che ho interrotto, e mi accompagna nell’ufficio del supremo direttore. Finalmente sembra che qualcuno abbia un’idea del motivo per cui sono qui, e insieme ad una grande e scintillante cartelletta che illustra le recenti scoperte scientifiche del centro di ricerca, mi vengono consegnate anche le chiavi della foresteria. Un altro ricercatore tenta anche di spiegarmi come raggiungerla, questa foresteria, e io mi avvio fiducioso nella direzione indicatami.
Passeggio lungo la sterrata in mezzo ai vigneti, circondato dalle montagne; qua e là vedo qualche ricercatore intento ad installare impianti di monitoraggio tra i filari di uva, qualche trattore che sale con un rombo regolare, un treno in lontananza che serpeggia lungo la valle… Finché non mi accorgo che, probabilmente, la foresteria l’ho oltrepassata da un pezzo.Ritorno indietro seguendo un’altra strada, e stavolta il mio istinto si comporta bene, perché entrando in un edificio che potrebbe avere l’aspetto di una foresteria le mie chiavi riescono, a fatica, ad aprire la porta.
Faccio così conoscenza con le nuovissime stanze tutte in legno, la grande e moderna cucina piena delle provviste lasciate dai precedenti ospiti, le finestre ad apertura automatica telecomandata, e soprattutto del primo dei miei compagni di avventura: un ragazzo malese, che ha studiato la “filogenesi” dei linguaggi umani in America e nel Regno Unito.
Mentre mi chiedo come abbia fatto lui, senza conoscere una parola di italiano, ad arrivare senza problemi ad una foresteria che a momenti io non trovavo, ritorno fuori per andare incontro al terzo “concorrente” di questa selezione, appena arrivato in treno da Roma.
Ricominciamo insieme il pellegrinaggio degli uffici: dopo un paio di rimbalzi, ci troviamo di nuovo davanti alla suprema direzione, solo che stavolta l’ufficio è deserto. Mentre aspettiamo che qualcuno ci consegni le chiavi, facciamo conoscenza di due ragazze in tenuta da escursione, anche loro lì in attesa: la prima è un’altra concorrente, una giovanissima montanara padovana, la seconda è una sua amica portoghese che per uno scherzo del destino è capitata ospite in Italia proprio nei giorni del colloquio.
Giusto per non farci notare, bivacchiamo tranquillamente seduti nei corridoi, finché qualcuno non ha pietà di noi e si decide a darci le chiavi.Raccolto anche il quinto partecipante, un ragazzone polacco alto e biondo, ci organizziamo per la cena, e causa un disguido rischiamo di passare per mangiapane a ufo: dopotutto, difficile credere che alcuni ragazzi disfatti per il viaggio, in pantaloncini corti, con zaino e chitarra sulle spalle, che si presentano ad un rinfresco dei pezzi grossi della fondazione, siano i candidati ad un dottorato in cerca della cena preparata per loro…
Bene o male riusciamo ad arrivare alla cena, e anche al dopocena in una piccola enoteca di paese. Verso le dieci siamo tutti e sei (il polacco, il malese, la portoghese e i tre italiani) seduti sulla pista ciclabile sull’argine a cantare, ognuno nella sua lingua, le canzoni dei cartoni Disney alla luce della torcia di un cellulare.
Il giorno dopo saremo di fronte ad una commissione di ricercatori che dovrà decidere del nostro futuro, ma quella notte di fronte a noi c’è solo qualche coppietta nascosta nel buio, l’Adige, i vigneti addormentati e la sagoma delle montagne contro il cielo.

