• Sette mesi

    Sette mesi…
    …di sveglia alle sei e mezza (più o meno) come a scuola; sette mesi di vetrini, becher e pipette da lavare. Di un laboratorio dove ci sono millecinquecento piastre Petri, e niente agar per i terreni con cui riempirle; dove ci sono cinquanta provette da batteriologia e un unico, malconcio tappo.
    Sette mesi tra bottiglie sconosciute e microscopi vecchi e nuovi. Tra milleduecento adolescenti e sei professori di scienze.
    Di odore di agar pieno di ricordi, dei riflessi del metilarancio e della soddisfazione di saper ancora aprire una provetta con una mano sola.
    Sette mesi a chiedersi un po’ quanto ti stanno prendendo in giro un po’ quando sono entusiasti di quello che fanno. E ad accorgersi che la maturità non c’entra niente con l’età.
    A maledire le cipolle nove volte su dieci, e la decima sentirsi di aver realizzato qualcosa di un po’ magico quando nell’oculare compaiono i cromosomi, blu come se fossero su un libro…
    Sette mesi di un camice bucato dall’acido, e di un paio di guanti gialli.

    Grazie, di tutto.
    E arrivederci

  • 2012

    Il mondo non finisce in un giorno: il mondo si trasforma, lentamente.
    A volte rallenta fino quasi a fermarsi, sembra ripetersi e tornare sui suoi passi, poi di colpo sussulta, in pochi secondi tutto cambia, si ferma di nuovo e poi corre così rapido che ti senti di non star più al passo, poi si calma e di nuovo fluisce lento.

    Quest’anno ha cambiato parecchie carte in tavola, da queste parti.
    Per il terremoto, certo, ma non solo. E in questa nuova mano di carte ho trovato nuovi grandi compagni di strada: chi rimarrà e chi invece partirà per altre strade, non lo so; per adesso, grazie per chi c’è stato, nei momenti belli e nei momenti dannatamente difficili.
    Dalla laurea ai giorni di vuoto subito dopo, dalle giornate col reparto al gelo e alla neve dei Lagoni, dalle pettorine gialle in giro per la città agli straordinari studenti dell’Ulivi, dalla stazione di Camposanto alla stazione di Trento, da Berceto al mare dorato visto dal Marmagna, dal piccolissimo clan universitario al Lucca Comics & Games, dalla Pietra di Bismantova e il ritorno di vecchi amici a tutti quei momenti che ora non ho il tempo, o la voglia, di ripercorrere.

    E stavolta, non chiedo che il 2013 sia un anno migliore: impegniamoci noi a far sì che lo diventi!

  • Biancaneve, i Settenani e la maledizione della Grande Montagna

    Esperimento narrativo non troppo serio con un fondo di realtà.

    Tanto tempo fa (ma neanche poi tanto), in un paese lontano lontano (grosso modo un’ora di macchina), viveva Biancaneve in una casetta in mezzo al bosco.
    La fanciulla (che all’età di quattro anni e mezzo era scappata da palazzo sognando di fondare una comune hippy), tutta sola sui monti, cominciava ad annoiarsi della compagnia delle dolci creature del bosco, come pettirossi, allodole, lupi e criceti mannari, e decise di invitare i Settenani (al secolo Dotto Settenani, Gongolo Settenani, Eolo Settenani eccera …) ad un party.
    Così, in una notte buia e tempestosa… Cioè, volevo dire, in una fredda e nebbiosa sera d’inverno, con la neve che scendeva a rendere infide e gelate le strade del reame, i Settenani lasciarono le loro buie miniere e, senza nemmeno farsi una doccia, bussarono alla porta di Biancaneve.
    - Biancaneve, Biancaneve, aprici che abbiamo freddo e fame, son tre giorni che non mangiamo!
    - Ma va, non vi crede nessuno!
    - … Biancaneve, Biancaneve, aprici che abbiamo appena mangiato ma c’è rimasto un po’ di appetito…
    - Ok, entrate pure …
    Naturalmente, la prima cosa che fecero, da bravi nani, fu saccheggiare la dispensa. Poiché mangiare è un’attività particolarmente faticosa, però, al pranzo seguiva un sonnellino ristoratore, seguito a sua volta da spuntino, un’altra pausa, un altro spuntino e così via.
    Finché ad un certo punto Pisolo non si accorse che non solo non riusciva a vedersi le punte dei suoi piedi, ma nemmeno le punte dei piedi degli altri, e decise che un po’ di sano movimento era la migliore cura dimagrante per un nano che si rispetti.
    Nel paese lontano lontano di cui stiamo parlando non ci sono palestre, piscine o campi da curling: il passatempo più comune invece consiste nell’addentrarsi in antiche rovine e ingaggiare feroci battaglie con ogni sorta di mostri vi si annidi dentro, come orchi, goblin o funzioni trigoniometriche.
    Ma, ahimé, una grave maledizione era scesa su di loro: quella sera si teneva una sacra cerimonia per tutti i popoli di quella landa, nella quale vengono offerti doni perché vengano scelti i quattro Custodi, ma per la proverbiale taccagneria dei nani (oltretutto il mercato delle pietre preziose era in crisi) i nostri decisero di non andare. Per punirli di questo affronto, la Strega Malvagia lanciò su di loro una terribile maledizione: l’Anatema della Somma Sfiga.
    La prima vittima fu Gongolo: nel furore della battaglia si lanciò a capofitto verso il nemico, ma una formica delle nevi gli fece lo sgambetto e lui cadde rovinosamente, travolgendo il cavallo di Biancaneve e spezzandogli una gamba.
    Consci della maledizione che ora gravava su di loro, i nani tennero consiglio (dopo aver dato fondo alla già provata dispensa di Biancaneve) e decisero che per espiare le loro colpe avrebbero dovuto scalare la Grande Montagna e portare un dono agli spiriti.
    Così, all’alba - relativamente - gli otto intrepidi partirono alla volta della Grande Montagna.
    - Posso? Posso? Posso? Posso portare cavalletto e pennelli? - chiese Eolo, che come tutti sanno - lo sapete, vero? - è un pittore eccezionale (quasi meglio dei grafici della Pixar) e desiderava da sempre avere un quadro della Grande Montagna da appendere in miniera.
    - Meglio di no, Eolo - rispose Biancaneve - Radio Mago Merlino ha detto che ci sarà un tempo da lupi mannari… Ti si bagnerebbero le tele!
    Ma su di loro gravava ancora l’Anatema della Somma Sfiga: infatti, appena superato il Passo del Gelo, le nubi si aprirono e il sole fece brillare monti e colli e foreste candide di neve, per la gioia di tutti - tranne che di Eolo.
    Iniziò così l’ascesa, ostacolata da terreni avversi, spiriti maligni che tentarono i nani con cibo e alcol, e feroci creature del bosco che vennero ammansite dalle doti druidiche di Biancaneve.
    Infine, dopo lunga fatica, e dopo aver patito sole abbagliante, freddo, caldo, umidità, direzione del vento e … (ehm scusate) Insomma, dopo tante peripezie, giunsero tutti alla cima della Grande Montagna.
    Tutti?

    [silenzio imbarazzante]

    [silenzio imbarazzante]

    Ah sì eccoli! [sospiro di sollievo] Ecco finalmente anche Biancaneve, che si trascina dietro Dotto, ansimante, che bofonchia contro la vecchiaia e i montanari che non sono più quelli di una volta.
    Dalla vetta, dove il vento gelato soffia loro in faccia facendogli rimpiangere ogni singolo centimetro quadrato di vestiti che non hanno indossato, il panorama è mozzafiato: il sole tramonta trasformando il mare in un lago d’oro, da cui isole lontanissime fanno capolino come a dire “Guarda che figata di giornata, neanche un po’ di PM 2,5 nell’aria!” e, dall’altra parte, oltre le Pianure Sconfinate, altissime vette innevate si confondono tra le nuvole. Eolo medita sul senso della vita e sulle opportunità dell’omicidio come soluzione ad ogni male.
    Depositato un drappo dei sacri colori bianco e azzurro in onore degli spiriti della Grande Montagna (e dopo aver, come al solito, mangiato) gli otto ripresero il cammino verso casa, lungo la via più diretta (vale a dire nuotando in linea retta in un mare di neve).
    Arrivarono così  ai piedi della montagna e - manco a dirlo - si concedettero uno spuntino per rifocillarsi, sperando che la maledizione fosse per sempre spezzata.
    Ma era davvero così? No! Perché infatti Eolo, nel chiudere il portone mentre con gli altri nani se ne tornava alle miniere, si ritrovò in mano una mezza chiave, spezzata.
    Qualche volta, anche gli spiriti sono juventini.

  • E tu?

    - E tu, cosa sei? -
    La domanda la lasciò senza parole, a guardare a occhi spalancati e bocca mezza aperta quel muso felino che la osservava. Nella voce di Ben c’era solo curiosità, ma la sgradevole sensazione di non avere una risposta, una vera risposta, la sbigottiva.
    - Una… Un essere umano. - rispose, non troppo convinta che fosse questo che il gatto chiedeva.
    - Questo, cara mia, lo vedo anche da me - disse infatti - ma, dimmi, che cos’è che fa un essere umano? -
    Che cosa vuoi che faccia - pensò irritata - studia, lavora, si fa una famiglia… - ma i suoi pensieri si spegnevano davanti a tutte quelle paia di occhi: sapeva che ognuno era venuto lì interrompendo qualcosa, la cerva aveva partorito da pochi giorni, Ferlan forse era a volteggiare alla ricerca di qualche serpentello, gli orsi, lo stesso Ben… Ok, forse la domanda è questa, che senso abbiamo noi nel mondo? Qual è il nostro posto?
    - Mmm… Lo ammetto, Ben, mi hai colto in castagna. Non lo so. Non so risponderti. Forse alla fine l’uomo non fa nulla di utile, forse siamo davvero un “cancro della Terra” come diceva Rwendra… -
    - Tesoro, non sminuirti così - fece la voce profonda di Zio Orso - Io penso che tu sia fortunata. Molto fortunata. Non sai chi sei, cosa fai, e così te lo puoi inventare. Puoi essere quello che vuoi. A me non sembra poco. L’importante, è che tu lo decida.

  • Sulle Vette Feltrine

    L’altro ieri, venerdì 17 agosto, verso le cinque e mezza di pomeriggio, dopo 296 km di treno, 80 km di strade statali, 11 km di sterrato, 5 ore di sentiero e una cima mancata, insieme alla nostra squadra composta da un parmigiano che vuol diventare trentino, una trentina che vuol diventare parmigiana e una coppia di montanari ferraresi, mettevo piede nel rifugio Dal Piaz, sulle vette feltrine.

    La storia comincia prima, naturalmente, ma mi limiterò a farla partire da quando ci siamo trovati sopra la diga di Pontet, sul fondo della Val Cismon. Siamo stati avvertiti che ci aspettava una “strada bianca lunga e stretta, a picco e senza parapetto”, e l’avvertimento è stato fin troppo blando: la strada che porta al rifugio Vederna sono quaranta minuti di tornanti intagliati nelle pareti a picco sulla valle, e a darti il benvenuto un cartello con scritto “Strada non collaudata - liberamente percorribile a vostro rischio”.

    Usciti indenni da questa prima sfida - a parte un po’ di strizza - e lasciate le macchine al rifugio Vederna, ci siamo incamminati verso la nostra meta che ci sovrastava di mille metri: il monte Pavione.
    Tutto bene per il primo tratto di bosco fino ad una malga, i problemi sono cominciati invece nella lunga salita tra bosco e roccette verso il Passo del Pavione, quando il cardiofrequenzimetro ha cominciato a suonare, avvisandomi che forse stavo proponendo una prova un tantino esagerata ad un cuore che sta ancora imparando a convivere con una valvola meccanica… Tra scorpacciate di lamponi e mirtilli e attacchi di formiche, comunque, il passo è stato raggiunto, e con lui una doverosa sosta-cioccolato.

    Aiutato forse anche dall’infausta data, il destino ha voluto che la cima rimanesse nell’elenco delle cose da fare: poche decine di metri dopo il passo, accorgendomi che avrei fatto una magra figura ad un gran premio delle chiocciole (e senza nemmeno la scusa della casa sulle spalle) ho desistito con un “Salutatemi la vetta!”. Chapeau ai miei compagni che, invece di completare l’escursione, hanno deciso di farmi compagnia sul sentiero basso che tagliava verso il rifugio.
    Sentiero che si è rivelato custodire meraviglie come panorami mozzafiato su valli verdeggianti spalancate sull’abisso, coloratissime fioriture di aconito ed eufrasia e un gregge di pecore alpiniste (nel senso che, nonostante gli sforzi del pastore per farle scendere, hanno passato la notte arrampicate su di un ghiaione pressoché verticale).
    Giunti al rifugio abbiamo ritrovato segni di civiltà: runner arrivati fin lì di corsa, gente con il parapendio che si lanciava verso casa, e soprattutto terrificanti famigliole con bambini.

    Forse perché sorge in un angolo di dolomiti pressoché sconosciuto dalla maggior parte dei turisti, il piccolo rifugio Dal Piaz, invece che essere una chiassosa piazza gestita da un plotone di rifugisti sull’orlo di una crisi di nervi, è un piccolo baitino accogliente tappezzato di foto da tutto il mondo e disegni dei bambini; così dopo la zuppa e le “torte di Anna” abbiamo allietato la serata (sinonimo di “rotto allegramente le scatole”) appropriandoci della chitarra del rifugio e tentando di suonare canzoni “sotto dettatura”…
    La mattina dopo, baci e abbracci: la compagnia si divide, i ferraresi si lanciano in una lunga traversata verso un lontano rifugio di nome Boz, mentre io e il mio angelo custode alias Virginia riprendiamo la strada del ritorno.

    Caro Benedetto decimosesto, se i miei compagni, dopo aver spostato data e luogo dell’escursione per me, dopo avermi ospitato, dopo aver sopportato il “bip-bip” del cardiofrequenzimetro e aver rinunciato al monte Pavione senza tuttavia odiarmi a morte (spero), ecco, se dopo tutto questo non li fai santi, allora caro mio mi sa che devi rivedere i tuoi criteri di canonizzazione…

  • La corsa di primavera

    Era una perfetta notte bianca, come dicono. Tutta la vegetazione pareva fosse cresciuta di un mese dalla mattina. Il ramo che il giorno prima aveva le foglie gialle, stillò linfa quando Mowgli lo ruppe. Il muschio s’increspava folto e tiepido sotto i suoi piedi, l’erba nuova non aveva i margini taglienti, e tutte le voci della Giungla risuonavano come la corda bassa di un’arpa tesa dalla luna, la luna della Parlata Nuova, che riversava la sua luce piena sulle rocce e sulle pozze, scivolava fra tronco e rampicante e filtrava tra milioni di foglie. Dimenticando la sua tristezza, Mowgli cantò forte, invaso dalla felicità, mettendosi in cammino. Pareva che volasse più che corresse, poiché aveva preso il lungo pendio che scende alle Paludi del Nord, attraverso il cuore della Giungla, dove il terreno elastico attutisce il rumore dei passi.
    Quando era stanco di camminare sul terreno, alzava le mani, come le scimmie, al rampicante più vicino e pareva che nuotasse più che si arrampicasse, fra i rami sottili da dove prendeva una via fra gli alberi finché cambiava idea e si slanciava a terra di nuovo, descrivendo una lunga parabola tra le fronde.
    Così correva, talvolta gridando talvolta cantando fra sé, la creatura più felice di tutta la Giungla quella notte, finché il profumo dei fiori l’avvertì che era vicino alle Paludi che si stendevano lontano al di là degli estremi territori di caccia.

     R. Kipling, Il secondo libro della Giungla

  • Un paese chiamato Camposanto

    Mirandola, Cavezzo, San Felice sul Panaro … Immagino che qualunque telecittadinospettatore italiano ormai al sentire questi nomi si veda scorrere davanti agli occhi immagini di chiese crollate, tende blu e tutto il solito repertorio da tragedia.
    Non so per quale arcano motivo alcuni nomi vengano ripetuti e sbandierati migliaia di volte, mentre altri rimangono semisconosciuti; fatto sta che quando è arrivata la telefonata che mi comunicava che la mia destinazione sarebbe stata Camposanto, mi sono chiesto quale paese potesse portare un nome così improbabile, e già mi immaginavo un minuscolo paesino di vecchietti dimenticato da Dio e dagli uomini nelle assolate distese del far west emiliano …

    Di sicuro non mi aspettavo che il ragazzo di un paio d’anni più grande di me che ci ha salutati al nostro arrivo fosse nientemeno che il vicesindaco, o che nel servire i pasti, in aiuto alla nostra squadra già esausta dopo tre giorni, ci saremmo trovati una giovanissima, allegra e multietnica combriccola di ragazzi camposantesi.
    O ancora che ci saremmo trovati a cantare e suonare alle due di notte (eh sì, perché non perdevamo già abbastanza ore di sonno) tra i binari di una stazione sospesa a una ventina di metri dal suolo.

    Ho imparato che, in fin dei conti, cucinare per cinquecento persone non è molto diverso da cucinare per cinque, solo che è tutto MOOOLTO più grande: vasconi di pomodori che ci metti delle ore a tagliarli alla luce dei lampioni, un frigo dentro il quale giri con il transpallet … E più grandi sono anche gli imprevisti, tipo un forno che mi si crepa in mano proprio il giorno in cui arrivavano millecinquecento pizze surgelate, o una colossale macedonia che si rovescia per terra …

    E ho imparato che se all’inizio i 10° C del camion frigo ti sembrano un paradiso rispetto ai 30 di afa e sole a picco fuori, dopo l’ennesimo sbalzo termico per andare a prendere una cassetta di kiwi cominci a pensare che, forse, scartare centocinquanta formaggini brie potrebbe essere un passatempo più sano e divertente …

    Ho imparato che è inutile avere dieci scatole di piadine (fatte con lo strutto di maiale) se più della metà delle persone è musulmana, e che essere senza cassetta degli attrezzi può rivelarsi un grosso problema anche per la protezione civile … Ma non per Firmo e Rocco che sono riusciti lo stesso a trasformare un portabici in una tettoia per il forno nuovo. E anche che non serve a niente cambiare bombola, controllare il tubo del gas, invertire la presa di corrente, se non schiacci il tasto di accensione il (suddetto) forno non si accende!

    Spero che, oltre a tener svegli volontari e cittadini cantando a orari improponibili tra le tende e nei parchi del paese, il nostro soggiorno camposantese a spese del contribuente sia servito a dare una mano dove la terra ha deciso di cambiare le carte in tavola.

    E la domenica sera, partendo dal campo in pullmino …
    Io: - Avrò sicuramente dimenticato qualcosa qui … -
    Lucy: - … un pezzetto di cuore!

  • Venticinque

    Se mi è concesso chiedere un regalo per questo mio nuovo compleanno che sta iniziando, chiederò la stessa cosa dello scorso anno: scoprire, domani, persone capaci di amare!

    Buona notte, caro mondo!

  • Energie

    Inauguro questa nuova piattaforma blog con una nuova puntata di “approfondimenti quasi-scientifici” sui temi caldi del dibattito politico pre-elezioni amministrative Parma 2012… Oggi parlerò di energie!

    E lo farò facendo una mia personale classifica sulle possibili fonti di energia.

    • Al primo posto… l’energia che non consumiamo! Così come il miglior sistema di smaltimento dei rifiuti è non produrne, il miglior sistema di produzione dell’energia è il risparmio energetico. Nessun costo (se non i costi volti ad ottenere il risparmio energetico), nessun inquinamento, nessun effetto serra, nessuna risorsa consumata, e in più anche vita più tranquilla e rilassata… Non male, no?
    • Al secondo posto metterei l’energia solare (termica e fotovoltaica), da pannelli installati sui tetti degli edifici (o su altre superfici altrimenti difficilmente utilizzabili). Necessita di apparecchiature più o meno complesse (i pannelli e gli impianti per collegare questi al riscaldamento o all’impianto elettrico) che possono avere un certo impatto ambientale nella loro produzione: servono materie prime anche rare, durante la produzione si emettono sostanze inquinanti (in quantità non esagerata) ed è necessaria energia, che a sua volta può essere prodotta in modo più o meno “pulito”. Per il resto, sfrutta una risorsa decisamente rinnovabile, che altrimenti andrebbe in parte sprecata, praticamente non ha emissioni, effetto serra zero, gli unici rifiuti generati sono gli impianti a fine vita (che possono comunque essere riciclati). Ma attenzione, discorso COMPLETAMENTE diverso è per i campi di pannelli solari installati sul terreno: in questo caso sfruttiamo una risorsa oggi decisamente limitata e preziosa, che è il suolo, e a mio parere andrebbe utilizzato per ben altri scopi, soprattutto perché di tetti su cui costruire pannelli ce ne sono ancora parecchi!
    • Al terzo posto l’energia eolica sfruttata tramite pale eoliche… Discorso molto simile all’energia solare, ma con qualche problemino in più, ovvero la dimensione degli impianti e, quindi, il loro impatto sul paesaggio, la superficie (anche se non enorme) che occupano, soprattutto gli impianti più grandi…
    • Poi viene l’energia geotermica, una delle pochissime che non viene, né direttamente né indirettamente, dal sole (sfrutta il calore interno della terra): è una risorsa, se non proprio rinnovabile, pressoché illimitata per il ritmo al quale la stiamo sfruttando adesso, ma disponibile solo in alcuni luoghi. Per essere sfruttata però ha bisogno di impianti abbastanza complessi (centrali più o meno grandi, perforazioni…) anche se non particolarmente inquinanti. Ovviamente, effetto serra zero. Fin qui ho parlato del geotermico ad alta temperatura; un’altra possibilità è il geotermico a bassa temperatura, che non è una vera e propria fonte di energia ma un modo intelligente per riscaldare/raffreddare, usando come “tampone termico” il sottosuolo: può essere realizzato anche per singoli condomini o stabilimenti, necessita di un discreto investimento (e di una perforazione) ma permette di riscaldare e/o raffreddare in modo molto più efficiente, con poco inquinamento.
    • Energia mareomotrice: anche questa non viene dal sole ma, udite udite… Dall’energia potenziale e cinetica del sistema terra-luna! Per fortuna la percentuale di energia ceduta dal sistema agli oceani è così infinitesimale da non farci preoccupare che il nostro satellite ci possa cascare sulla testa… Anche questa è una risorsa rinnovabile, senza effetto serra, però non è disponibile ovunque e necessita di grandi impianti per essere sfruttata, che possono anche essere abbastanza impattanti sugli ecosistemi dove vengono installati.
    • Discorso ancora più vero per l’energia idroelettrica (questa invece ha origine dal sole, che fa evaporare l’acqua che poi precipita a quote più alte): in linea di massima non inquinante, con relativamente poco effetto serra (quel poco viene dal metano prodotto dall’attività batterica nei sedimenti anossici dei laghi che vengono creati), ma necessita di impianti, a volte anche colossali, che modificano anche drasticamente sia gli ecosistemi del luogo dove vengono installati sia il flusso di sedimenti: la costruzione di una diga in Val d’Aosta contribuisce al ritiro delle coste a Rimini…!
    • Dopo questa prima carrellata, cominciamo a parlare di cose che bruciano: partiamo dalle biomasse. Queste devono essere distinte a seconda della loro provenienza: possono essere scarti di altre produzioni (ad esempio legna non adatta alla falegnameria, scarti dell’agroalimentare, rifiuti organici o legno - discorso a parte per i rifiuti indifferenziati), oppure ottenuti da colture appositamente coltivate. Inoltre, possono essere bruciati, fondamentalmente, in due modi: così come sono (e questo vale soprattutto per il legno, e per alcune colture) o sotto forma di prodotto trasformato (es. olio), oppure possono essere “digerite” in un digestore anaerobico, con produzione di biogas (soprattutto nel caso di scarti e rifiuti organici). Bruciare gli scarti con i quali non si può fare nient’altro mi sembra una buona idea, in linea di principio; mentre mi sembra un’idea meno bella quella di dedicare il nostro prezioso suolo esclusivamente alla produzione di combustibili, piuttosto che alla produzione di cibo… Parlando invece del come bruciarli: bruciare i prodotti tal quali è più efficiente, ma rischia di emettere più sostanze inquinanti, mentre invece produrre e bruciare il biogas necessita di infrastrutture più complesse ed è meno efficiente (i batteri che ci trasformano la sostanza organica in metano mica lavorano a gratis, qualcosa vogliono mangiare anche loro…), ma in compenso, se ben gestito, emette meno sostanze inquinanti… Quanto all’effetto serra: per tutte le biomasse, il conto finale è pressoché zero. Questo perché il biossido di carbonio emesso quando bruciamo le biomasse, era stato fissato alcuni anni prima dalle piante, e se adesso ci sono altrettante piante che stanno fissando il carbonio, il bilancio è in parità. In realtà, a seconda di come viene gestito l’impianto, un po’ di effetto serra può venire dal metano che potrebbe essere emesso dalla biomassa mentre viene stoccata, se dentro di essa si sviluppano batteri anaerobi (gli stessi dei digestori) che producono metano, e questo se ne va in atmosfera (il metano è un gas serra, più potente del biossido di carbonio…).
    • Veniamo infine ai combustibili fossili (gas naturale, petrolio e carbone): li metto tutti insieme perché, anche se esiste un’enorme varietà di sistemi per bruciarli, le caratteristiche di base sono comuni a tutti (e perché comincio ad aver voglia di finire il post…). Questi vengono, sì, dal sole (energia fissata milioni di anni fa da organismi fotosintetici), ma non sono rinnovabili, almeno non al ritmo al quale li stiamo consumando noi; inoltre provocano effetto serra, perché è tutto carbonio fissato durante milioni di anni che noi stiamo liberando in pochissimo tempo, e in quasi tutti i modi in cui vengono utilizzati emettono sostanze inquinanti. Inoltre spesso necessitano di grandi impianti per essere estratti, trasportati ed utilizzati, e non sono disponibili ovunque…
    • Ho lasciato da parte due cose, l’energia da rifiuti indifferenziati (i termovalorizzatori) e l’energia nucleare. Dei primi ho già parlato nel post precedente, a proposito dell’energia nucleare… Non saprei neanch’io a che livello della classifica metterla, se in fondo in fondo o tra le biomasse e i combustibili fossili… E’ un’altra delle energie che non viene dal sole (ma dall’energia di legame dei nuclei), il “combustibile” è disponibile solo in pochi luoghi del pianeta, sono necessarie infrastrutture e investimenti colossali, con un discreto impatto ambientale, in compenso non c’è effetto serra, e l’inquinamento (se si escludono le sostanze radioattive) è limitato. Però ci sono le sostanze radioattive emesse, seppur in piccola quantità, le scorie da smaltire, e il rischio di incidenti, che anche se la probabilità è bassissima (ma neanche poi tanto, vista la storia recente…) gli effetti… li conosciamo.

    Ok queste dovrebbero essere le principali fonti di energia sfruttate finora… Spero di non aver detto troppe castronerie!

  • Immondizia

    Per rispondere a qello che ha scritto Popo sul suo blog, vorrei dirvi due cose a proposito di rifiuti ed energia…

    Partiamo dai rifiuti: cosa ne facciamo? O meglio, come facciamo a risolvere il problema di avere rifiuti di cui non sappiamo cosa fare?

    Primo: la cosa migliore, ovviamente, è non produrne, o evitare, per quanto possibile di produrne. E questo significaconsumare meno, limitare gli sprechi, scegliere prodotti con confezioni poco ingombranti, riutilizzare le cose finché è possibile.

    Secondo: visto che un po’ di rifiuti si producono comunque, è bene differenziarli e riciclare i rifiuti riciclabili: 

    • il vetro è il migliore, si ricicla con grande facilità, poca energia e poco spreco di materiale, e quello che si ottiene è un prodotto con caratteristiche non troppo scarse;
    • sull’alluminio non sono molto informato, ma credo che anche questo si ricicli abbastanza facilmente; sicuramente è conveniente riciclarlo perché per produrlo dalle materie prime occorre un’enorme quantità di energia;
    • riciclare la carta ha un notevole impatto ambientale e il prodotto che si ottiene è di qualità un po’ più scarsa, ma tutto sommato è una tecnologia abbastanza consolidata;
    • la plastica ha molti più problemi: soprattutto perché esistono moltissimi tipi di plastica, alcuni dei quali non riciclabili; la plastica che viene raccolta tutta insieme nella raccolta differenziata domestica, quindi, a meno che non venga poi separata (ma dubito che esistano tecnologie in grado di fare questo in modo efficace) può essere usata solo per produrre plastiche miste di bassa qualità (da usare ad esempio nei sacchetti dell’immondizia o nelle imbottiture); più efficace è il riciclo di scarti industriali di plastica omogenea. Altrimenti, la plastica mista è un ottimo combustibile da bruciare nei termovalorizzatori… con tutti i problemi ad essi legati, però!
    • i rifiuti organici si possono compostare per produrre terriccio da coltivazione, oppure trattare in un digestore anaerobico per produrre biogas (e poi, quello che resta viene usato come terriccio). Che io sappia non è un processo molto inquinante, a parte un po’ di metano (gas serra) emesso.

    Comunque sia, al giorno d’oggi la raccolta differenziata lascia comunque una parte di rifiuti indifferenziati, e, come diceva Popo, anche i processi di riciclo hanno una certa percentuale di scarto. Per questi rifiuti residui, che se la raccolta differenziata è stata fatta bene sono pochi, ma sono anche il peggio del peggio, con i quali non ci si può fare quasi nulla, esistono due tecnologie ben sviluppate al giorno d’oggi: la discarica e la termovalorizzazione.

    La discarica è il metodo più antico di gestione dei rifiuti (vedi la “terra marna” delle terramare, che altro non è che la discarica dei villaggi preistorici…), ha qualche emissione in atmosfera (metano soprattutto), genera un po’ di acque reflue da trattare, e se gestita male può inquinare le falde,  occupa una superficie per lunghissimo tempo; e molto probabilmente contiene sostanze pericolose che rendono sconsigliabile coltivare il terreno anche per decenni o secoli dopo la chiusura della discarica.

    In un termovalorizzatore i rifiuti si bruciano, e questo comporta alcune cose…

    • bruciando i rifiuti, si ottiene energia, che verrebbe altrimenti prodotta in altro modo (e questo è un bene, soprattutto oggi che la maggior parte dell’energia è prodotta con combustibili fossili);
    • si emettono, però, sostanze tossiche e cancerogene: i rifiuti sono molto meno controllabili (come sostanze contenute) rispetto al carbone o al gas naturale, quindi le emissioni di un termovalizzatore saranno presumibilmente un po’ peggiori rispetto ad una di queste centrali (a parità di tecnologia), e diventano molto peggiori se il termovalorizzatore è gestito male;
    • in compenso, l’effetto serra è limitato ai soli rifiuti che, in origine, erano stati prodotti da derivati del petrolio o altri combustibili fossili.

    Quindi, rispetto all’energia prodotta da una centrale a gas o a carbone, l’energia prodotta da un termovalorizzatore è migliore per quanto riguarda l’uso di risorse (rifiuti piuttosto che combustibili fossili) e l’effetto serra, ma peggiore (credo) per quanto riguarda le sostanze tossiche e cancerogene.

    Inoltre, rimane una certa quantità di ceneri che vanno inevitabilmente smaltite in discarica (ma per un volume inferiore a quello dei rifiuti che entrano nel termovalorizzatore).

    Quindi, quale strada è meglio per i rifiuti indifferenziati? Direttamente in discarica, o prima in termovalorizzatore e poi in discarica? Inizialmente pernsavo la seconda opzione, visto che nel nostro “piccolo paese” di spazio per le discariche ce n’è molto poco, ma forse sto cominciando a cambiare idea… E’ vero che sulle discariche non ci si può coltivare, ma potrebbero invece, ad esempio, diventare foreste…

    Oltre al termovalorizzatore e alla discarica, ci sono altre tecnologie che si stanno facendo strada (ad esempio ho sentito parlare della gassificazione, o pirolisi), ma che io sappia sono tecnologie che stanno ancora facendo i primi passi, e non so se siano, adesso, meno pericolose di un termovalorizzatore…

    Alla prossima, per parlare di energia!