• Un capitolo senza nome di un libro che non esiste

    […]
    Con la fronte bagnata di sudore, Nebbia arrancava risalendo il pendio, alzando gli occhi tra un passo e l’altro verso i sandali logori del druido.
    Si portò la mano alla Spilla del Canto, e sbuffò vedendola inerte e opaca: “Non c’è magia in questo posto!”.
    Il druido si fermò, voltandosi, e fissò Nebbia negli occhi. Dopo un attimo, senza dire nulla, alzò lo sguardo al cielo, inspirò a fondo, come per bere il vento leggero che accarezzava quei crinali, e disse, riprendendo la salita: “Forse, semplicemente, non la vedi. Vieni, non manca molto.”
    La neve si era sciolta quasi del tutto, lasciando scoperti i bassi cespugli di mirtillo, e i ciuffi scoloriti del nardo che si riprendevano dal sonno invernale. Ovunque, in quel manto giallastro, spuntava il violetto dei crochi.
    Come aveva detto il druido, poco dopo raggiunsero la sella, e i capelli di Nebbia ondeggiarono nel vento che lì soffiava più deciso. Sentì un brivido corrergli dalla pancia alle punte delle dita, nel vedere l’orizzonte spalancato davanti a lui: oltre la sella, la montagna precipitava verso il basso per quasi mezzo miglio di altezza e, sotto, si stendeva una coperta di colline boscose, punteggiata, qua e là, dai sottili pennacchi di fumo di qualche villaggio degli gnomi.
    Il suo sguardo seguiva la valle del Tresirene fino al Mare di Diamante, e là dove il fiume si gettava nel mare si scorgeva il luccichio delle guglie di Demetra. La foschia marina ostacolava un po’ la vista, ma gli sembrò di scorgere, all’orizzonte, il profilo montuoso dell’Isola di Là.
    Si accorse che la sua guida lo stava aspettando lungo la traccia che seguiva il crinale, sulla destra, e si rimise in marcia.
    Raggiunsero, poco sotto la cima del monte, una conca - una piccola dolina - e si sedettero su due rocce, tiepide dal sole primaverile che le scaldava. Il druido tirò fuori dalla sua sacca due pagnotte - pane fatto a mano, cotto al calore di un fuoco di legna, senza che vedesse l’ombra di un Forno delle Fate - e ne diede una al ragazzo. Con un coltello da cacciatore tagliò due fette di formaggio di capra, e mangiarono in silenzio, ascoltando il mondo intorno a loro.
    L’unico rumore era quello del vento: non una voce, non un fischio di Nubinave. Un uccellino scuro - un codirosso spazzacamino - gironzolava su e giù dalle rocce, alla ricerca di insetti.
    “E tu continui a dire che qui non c’è magia?” chiese ad un tratto il druido.
    Nebbia lo guardò, e allargò le braccia. Non sapeva cosa rispondere. “E dove sarebbe?”
    “Qui!” rispose l’uomo, indicando il codirosso, con un sorriso che dipinse sulla sua faccia indurita un labirinto di rughe: “Quella è magia!”
    “Vedi,” continuò “voi, forse, siete maghi che non conoscono più la magia.
    La usate, sì, in modo potente, violento addirittura.
    Volete fare tutto con la magia, controllare tutto.
    Avete stregoni che controllano il tempo atmosferico per arrivare ad avere otto raccolti all’anno, maghi che studiano mappe della Trama sempre più complicate perché ormai non c’è più spazio per teletrasportarsi, addirittura la Cupola, maghi che controllano altri maghi… Chiedete a questa cosiddetta magia sempre più potenza, con l’unico obiettivo di estrarre altra potenza magica. Addirittura vivete le vostre vite per trovare nuovi modi di ricavare potenza magica. E in tutto questo, vedete le vostre luci affievolirsi di anno in anno, le vostre evocazioni farsi più effimere, i vostri fuochi hanno bisogno di sempre più energie per ardere.
    E c’è anche chi impazzisce, perché crede che la magia stia arrivando alla fine, e che non ci sia più nulla dopo.
    Ma forse voi vi state solo accanendo a succhiare i rimasugli di un frutto, dimenticandovi dell’albero che l’ha generato.
    Vedi, le leggende parlano di altri mondi, mondi dove la magia, così come la conosci tu, non esiste. Mondi dove non puoi parlare attraverso una Spilla del Canto, dove non esiste il teletrasporto, dove per procurarti da vivere puoi fare i conti solo sulla tua intelligenza e sulla forza delle tue braccia. Sì, proprio come faccio io.” Sorrise il druido, accarezzando il bastone. “Eppure, la magia esiste anche in questi mondi.
    Guarda: anche il mago più grande, può creare quel codirosso? Sì, forse ne può evocare uno, ma non quello. Non proprio quello, nato in quel nido all’ombra di quel cespuglio, quel giorno, probabilmente di un anno e mezzo fa. E puoi forse, con tutte le capacità magiche di questo mondo, controllare tutti i codirossi di queste montagne? E tutti i crochi che abbiamo visto salendo fin quassù? E tutti gli alberi, gli stagni, le nuvole, gli animali di questo mondo?
    E, forse puoi riuscire a modellare una piccola collina, con grande dispendio di energie. Ma nel frattempo, il vento e la pioggia in tutto il resto del mondo avranno fatto molto più lavoro di quello che hai fatto tu, e senza che nessuno li guidasse.
    Così, tutte le forme di vita nascono, crescono, cercano il cibo, fanno le loro danze nuziali, si accoppiano, vivono e muoiono senza che ci sia nessuno a controllarle, a guidarle, a dire loro cosa fare, e come.
    Non è, questo, molto più grande, immensamente più profondo e potente di tutta la magia che finora hai studiato? Non è magia anche questa? Una magia che appartiene a tutti i mondi, indipendentemente dal fatto che un mago, con qualche formula magica, ne imbrigli alcuni aspetti per i suoi scopi?
    Ripensa a ieri, al parto della capra: con le tue mani, hai portato alla luce una creatura nuova, che non esisteva, e che non sparirà nel giro di qualche ora - sempre che un lupo affamato non passi nei dintorni! E tutto questo, senza richiedere nulla alla magia, se non quello che naturalmente compie ogni giorno, per tutte le creature dell’universo.”
    Si fermò un attimo, come per riprendere fiato, o per lasciar calmare le acque agitate dei suoi pensieri “Non ho risposte per questo mondo, sono qui per cercarle, dopotutto. Ma credo che la cosa più urgente sia ritrovare l’albero da cui proviene il frutto, riscoprire la magia che è nel mondo e che noi non controlliamo, capire come anche noi, dentro questa magia, siamo rami di un unico albero, flutti di un unico fiume, parole di un unico Libro.”
    Poi tacque, e si distese a guardare il cielo, mettendosi uno stelo secco tra le labbra.

    Nebbia fece lo stesso, e rimase ad osservare le nuvole correre sopra di lui. Ripensò al capretto, alla fatica della notte in cui avevano guadato il torrente, a come si era sentito perso senza la sua Pietra del Richiamo, ai suoi compagni di accademia, a lui bambino, insieme alle sue sorelle, giocare nei campi di nonna Raggio di Sole, e un profumo di crostata di more…
    Il sole faceva scintillare la sua Spilla del Canto: “Forse è inutile” pensò “adesso, per parlare con papà, con gli amici, per dir loro che sono vivo, sto bene, ma…” e la avvicinò alle labbra, come per sussurrare un bacio.

    Molte centinaia di miglia più a ovest, una ragazza ebbe un brivido, nel sentire - o almeno così le era sembrato - un tocco leggero e un profumo conosciuto sulla sua pelle. Probabilmente era stata solo un’impressione, ma nei suoi occhi scintillò un sorriso.

  • Neve

    Il sentiero, anzi, la strada che dai Cancelli porta ai Lagoni è una facile passeggiata, in estate.

    In inverno, al buio, con un metro e mezzo di neve che continua a cadere e tredici gradi sottozero, un po’ meno.

    CoCa

  • Di capi e di convegni

    Ci possono essere diversi motivi che spingono un capo scout a partecipare ad un convegno regionale, e in particolare:
    - ha organizzato il convegno;
    - ha finito le scuse per non andarci;
    - sta scappando da qualcosa di ancora più terribile;
    - è momentaneamente single e sta puntando a qualche capo del sesso opposto (o uguale, a seconda dei gusti) che ha conosciuto a qualche campo di formazione o simili;
    - è in un momento di crisi mistica ed è alla ricerca dell’illuminazione (un consiglio: di solito gli interruttori si trovano a fianco delle porte d’ingresso).

    Eccezionalmente, qualche individuo dotato di incredibile senso del dovere può decidere di parteciparvi perché può essere utile per il suo servizio; ma sono eccezioni che confermano la regola.

    Poi esiste quella particolare popolazione di capi scout che vede nei convegni una scusa come un’altra per passare una serata con gente che si vede un paio di volte l’anno, e si può ritrovare in gruppi eterogenei tra le ultime file mentre gioca a carte invece che ascoltare il relatore.

    Anche l’organizzazione di un convegno suscita grande curiosità scientifica: è incredibile come persone che hanno passato anni ad organizzare attività, campi, giochi, uscite divertenti, avventurose ed entusiasmanti per i loro ragazzi, riescano (quasi) sempre a proporre lunghissimi monologhi nei momenti meno opportuni, come ad esempio presentare il tema del rapporto tra fede e scoutismo a una platea che, reduce da una notte insonne, si è appena svegliata prima dell’alba per partecipare alla Messa…

    Ma, al ritorno da questo convegno, senza dubbio ci portiamo a casa una fondamentale lezione di vita: per “generare”, bisogna essere ALMENO in due…!!!

    A tutti quelli che si sono profusi nella realizzazione di queste giornate: nonostante tutto, grazie!!! Perché ironizzare è facile, sicuramente più che gestire più di un migliaio di persone, anzi peggio, di capi scout liberi dalla necessità di dare il buon esempio davanti ai ragazzi… E complimenti al clan del Modena 2 per l’eccellente organizzazione dei bar e dei pasti (sì, insomma, strapparmi dei complimenti non è mai molto difficile se si tratta di cibo…!!!).
    E, soprattutto, grazie a quelli che costituiscono il mio “motivo” per partecipare a questo convegno: i miei compagni di CFA e CFM, ROSS, weekend metodologici, zona, chi ho riconosciuto e chi NON ho riconosciuto, chi ho salutato da lontano e chi ho stressato per mezzo convegno, e ai miei pochi ma buoni compagni di CoCa…

    Caro popolo dell’Emilia-Romagna,
    ci si vedere l’anno prossimo!
    Il vostro patriarca
    Abramo

  • 2011

    2011, ti saluto.
    Domani si parte, tappa Sasso, direzione l’anno che viene.
    Sei stato impegnativo, eccome; ma ti ho vissuto, questo è sicuro.
    Dalle nevi di Scurano sotto il bob, o quelle di Marzolara macinate dalle catene su e giù per la strada di Vallerano, alla pianura padana che scorreva dietro al finestrino avanti e indietro tra Parma e San Donato.
    E ancora, come se il nuovo ticchettio del mio cuore mi ricordasse di non fermarmi,i lupetti arrampicati sulla rocca di Carpineti, il Pronto Soccorso di Castelnuovo Monti, essere annusati da un lupo affettando prosciutti in una stalla di Ligonchio, il lago di Como e i ghiri di Colico, una terrazza con vista sulla Val d’Arno, scavare buche sulla sabbia di Cervia e cercare stelle alpine nel cuore del Catinaccio, i laghi di Levico e di Caldonazzo, la casetta dell’Erica, una cena a fisarmonica e succo di mela,una crostata che fa incrociare storie di passeggeri su di un treno.
    Michele, la Giulia e una nuova famiglia, il primo lavoro e le ultime lezioni in cascina.


    Non per modo di dire gioia e dolore corrono, annodati, avanti e indietro per i tuoi giorni.
    Vorrei setacciarti con una rete per raccogliere tutte le persone straordinarie che mi hai portato, ma mi accontenterò di abbracciarle quando la corrente me le riporterà accanto.


    Ci sono mille altri momenti e storie che saranno raccontate, ma per ora ti saluto, caro, terribile, straordinario, fantastico, improbabile, meraviglioso anno.
    E’ stata dura, ma ci siamo arrivati in fondo.
    Quando si ricomincia???

  • Una bozza ritrovata per caso...

    Diversi milioni di uomini e donne, attraverso storie incredibili e mozzafiato, stanno guadagnandosi il pezzo di pane con cui - forse - sopravviveranno fino a domani, mentre facciamo finta di vederci, seduti in mezzo ad altra gente che non conosciamo, chiedendoci come potremmo passare le prossime serate.

    A volte riusciamo anche a spezzare la pigrizia e l’imbarazzo e ci diciamo in un abbraccio la voglia di conoscerci, scoprirci, amarci, condividere questa vita.

    Sappiamo di cosa abbiamo bisogno?

    Io, forse.

    I lenzuoli puliti contro la pelle quando ti infili a letto.
    Il profumo dell’olio di oliva crudo sulla pasta calda.
    Il calore del the col miele dentro lo stomaco, l’odore della carta di un libro nuovo, il sapore della salsiccia alla brace tra due pezzi di pane.
    Sentire le tue mani sulla mia schiena quando mi abbracci, riconoscerti quando ancora non mi hai visto.
    Vederti piangere, vederti ridere.
    Il colore delle foglie del leccio, poter uscire in sandali e calzoncini corti, l’acqua fresca di fontana quando hai sete.
    Calcare le prime impronte sulla neve fresca, scaldarsi le calze intirizzite davanti alla stufa.
    Far volare un aquilone.
    Sedersi su un prato per parlare. Cantare lavando i piatti.
    Le goccioline di nebbia sul viso.
    Sperare.
    Cambiare.
    Ma soprattutto tu, voi.

  • L'associativa commedia

    poema in endeca-circa-sillabi, rime quasi baciate ACDB (“alla c***o di B****a”)

    “Nel mezzo del cammin di nostra vita
    mi ritrovai in Figline Val D’Arno
    che la diritta via era smarrita.
    Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
    il mio cruccio, dopo anni di ricerche
    e disdette, trovarmi a completare
    il cammin verso il fazzoletto rosa
    nel campo dove né il biondo capo
    né i cambusieri, che di ogni campo
    son, per vero, quelli che contano di più,
    sapevan la via che porta alla meta.
    Ma grazie all’aiuto del ciel giungemmo
    sani e salvi per l’ora di compieta
    insieme agli altri che conoscemmo
    tra il caldo e gli affreschi fiorentini,
    e nella casa tra gli ulivi desinammo,
    dove il sale manca nei pagnottini
    e l’acqua ha quel dolce sapor di tubo
    che ti insegna presto ad amar la sete!

    Ma, temprati da ben altre fatiche,
    godemmo assai dei letti e dei cuscini,
    delle docce calde ogni mattina
    e dei saltuari tuffi in piscina:
    potete dir di aver trovato questo
    in qualunque altro campo degli scout?
    Così era scandita la giornata:
    sveglia all’alba (per chi ci riusciva),
    sonnacchioso riposar sul muretto,
    alle nove nella chiesa iniziava
    la catechesi del padre, provetto
    conoscitor di Tolkien e teologia;
    seguiva la lunga, tremenda prova
    che patirono le fragili schiene,
    ore di sessione seduti per terra
    o sopra le panche, ma tanto è peggio.
    Per riaverci da queste fatiche
    cominciammo il viaggio verso il paese
    di Pengule, non senza attraversare
    il fiume Waingunga, dove lasciammo,
    perito, il ginocchio di Lorenzo.

    Nel pomeriggio si teneva il torneo
    conteso da squadre equilibrate assai:
    cinque rugbisti ed un “capotreno”
    vinsero a palla lupetto e shangai.
    E poi la sera, nel gioco, qualcuno
    forse dubitare avrebbe potuto
    della serietà dei contendenti
    che alla regina morta fecero voto
    di scalpar la regina avversaria…
    Tra film, pop-corn e bagni in piscina
    vinti dai migliori “artisti del capo”
    anche il mezzo del campo si avvicina:
    l’ora è giunta di partire per l’hike,
    fate gli zaini, scegliete il compagno,
    “chi mi ama mi segua” sarà il motto.
    Mentre lo zoppo è beato tra le donne,
    e qualcuno campeggia a Santa Lucia,
    nel bosco c’è festa attorno al fuoco,
    tranne che per Mirco e per Oliviero…

    …ed il cinghial che legge Borsellino!

    Tornati che fummo a San Martino
    e con misero pranzo gli stomaci
    riempimmo, sotto le stelle vegliammo;
    e giunse così in un battibaleno
    l’ultimo giorno, tra lunghe verifiche,
    pianto e risate, ed improvvisate
    scenette in napoletano stentato…
    Stasera, a casa, di quelle sere
    a cantar finché il sonno non ti esige,
    di panorami di colli e centrali,
    di quelle lettere lette alla cena,
    di tutti quei volti, davanti agli occhi
    rimangono solo, ormai, le stelle.”

    Si ringaziano:
    i capi campo Giacomo e Serenella, i pezzi grossi (in senso diverso) Vince e Chiara, Giangavino, padre Alex, la cambusa tutta; le campeggiatrici di aeroporti Federica e Andrea, Mattino Gioioso, Michela e Chiara e il loro “vicino di casa” Federico, la Betta ed Emanuele, Lorenzo che si è fatto mezzo campo su un piede solo, Oliviero, Fabio, la Chiara di Arezzo, la Silvia P e la Silvia Z, la Laura e la Gloria, la Chicca, l’Eleonora, Alessandro il giovane e geniale matematico, Alessio il quasi-prete, l’aspirante conquistatore di ottomila Sergio, Mattia, la Martina, la Cecilia, l’Alessia, la Camilla, Mirco la macchina da guerra dell’Acheronte, e gli altri miei emiliani Silvia e Andrea, la Maria, il mio fratello di strada Federico, e la mia compagna di canti, chiacchierate e scenette, Cri.

    “Buon viaggio, hermanno querido,
    e buon cammino ovunque tu vada:
    forse un giorno potremo incontrarci
    di nuovo lungo la strada!”

  • Lettera al mondo

    Caro mondo,
    eccomi ancora qui a calpestarti un po’, come faccio ormai da ventiquattro anni e un mese: ma te non dispiace, vero?
    Scusami se nell’ultimo periodo sono stato un po’ assente, mi sono forse perso alcune cose importanti, dovrai aggiornami (anche se, dirai, tre settimane rispetto a cinque miliardi di anni non sono poi chissà quanto tempo)!

    Ti scrivo perché vorrei chiederti un favore…
    Sì, so cosa penserai, ecco il solito rompiscatole che si fa vivo solo per chiedermi qualcosa: tutti uguali questi umani!
    Ma, ecco, è che ho l’impressione che negli ultimi tempi tu abbia una brutta cera: se vuoi, sappiamo che puoi essere meraviglioso, ma di questi tempi non mi sembra che ti mostri per il lato migliore…
    Ecco il favore che ti volevo chiedere: non è che potresti tirar fuori dal cassetto un po’ di quegli abiti semplici e carinissimi con cui ti ho visto spesso, e andresti a svegliare con un bel sorrisone, domattina, qualcuno dei miei amici?

    Che so, potresti regalare i voli e fischi delle rondini quando alzano gli occhi verso il cielo, o la sabbia bagnata dalle onde che prende la forma del piede nudo che cammina sulla spiaggia, o ancora il profumo della brace di legna al fuoco di bivacco…

    O perché no le ombre proiettate dalla luce della luna prima di andare a dormire, o i mille colori dei campi guidando lungo le colline, o il vento che passa ad asciugare con un carezza il sudore dalla pelle…

    E ancora, potresti regalare un inaspettato sorriso di un collega, lo squillo di un messaggino di una persona che è un po’ che non si sentiva, e forse, addirittura, una lettera scritta a mano nella cassetta della posta…

    Potrei continuare ancora!
    Il sapore delle more colte dal rovo, il suono della fisarmonica e dei piedi che ballano, il luccichio di lacrime di felicità, il profumo dell’erba tagliata, la gioia di poter muovere le dita dei piedi libere nei sandali, il sentirsi stanchi e soddisfatti, ricordarsi che non c’è bisogno di capire tutto per essere felici, preparare la valigia per le vacanze, sdraiarsi nell’erba, cantare, fare le coccole a un bel cagnolone, ridere, guardare insieme il tramonto…

    Vedi, caro mondo, io credo che a volte dimentichiamo le cose per cui vale la pena vivere, e continuiamo a pensare e parlare delle difficoltà che incontriamo.

    E allora via, a sbarleccare un bel gelatone prima che si sciolga, a dare un bacio della buonanotte, a dire buongiorno all’autista dell’autobus, a sorridere rispondendo al telefono, a sdrammatizzare con una battuta, a fare progetti e metterli in pratica, a raccontare una storia, a fare la nostra parte per dipingere il mondo di felicità.

    Con un sorriso, a domattina:
    Buona Notte Mondo!!!

  • Ventiquattro + 1

    ovvero, la Litania delle Sante Donne (e Uomini)

    Annunciano, i Sacri Testi, che per seguire il cammino dell’illuminazione che dal buio della perdizione della terapia intensiva porta alla sacra soglia delle dimissioni, avrai bisogno dell’intercessione di Sante Donne, benedette con una ingente fornitura di Santa Pazienza, che ti assistano nel cammino.

    La prima Santa Donna sarà quell’instancabile donna che si farà in quattro, anzi in otto, per pensare non solo ai suoi figli ma anche al loro Akela, e trovargli all’ultimo minuto un posto al centro di riabilitazione…

    La seconda sarà la caposala della cardiochirurgia pediatrica, che nonostante tu le dica solo il giorno delle dimissioni che pensavi di fare riabilitazione, riuscirà comunque a sbrigare tutte le pratiche senza uscire fuori di testa…

    La terza sarà una caposala anche lei, quella della cardiologia del centro di riabilitazione, che riuscirà a trovarti un letto anche dopo aver disdetto e poi disdetto la disdetta…

    La quarta, ma anche la quinta, la sesta, la settima, e così via, saranno le infermiere, che per te veglieranno le notti, le mattine e i pomeriggi - e qualche volta anche nei giorni di riposo, visto che l’infermere non è un lavoro faticoso… -, che non perderanno la pazienza anche se chiedi il nome di tutti i farmaci che ti portano, se chiedi di portarti un bicchiere dopo che hai già (ri)imparato a camminare, o se chiami nel cuore della notte per una puntura di zanzara, o se riesci a distruggere prima un termometro, poi addirittura il display della telemetria, o se chiedi due volte al giorno di prendere e rimettere il computer nell’armadio, o di alzare o abbassare lo schienale del letto…

    Poi verranno i medici, che staranno ad acoltare ogni tuo sintomo, dai dolorini tra le costole alle allucinazioni da post anestesia, passando per i colori dei rifiuti solidi… E le fisioterapiste, che durante le sessioni a cercare di sbloccare muscoli che sembrano inutilizzati da secoli, terrai aggiornate sulle imprevidibili acrobazie (a)ritmiche del tuo cuore…

    E infine, come sempre, i Santissimi Mamma e Papà, che faranno la spola due, tre o quattro volte al giorno dentro e fuori dal centro di riabilitazione, così che alla fine il mio armadietto poteva fornire di cibo per una settimana un reggimento…

    Così, con il loro aiuto, alla fine giungerai alla tua meta, e armato di foglio di dimissioni potrai andare di nuovo per le vie del mondo, insieme ai tuoi fedeli compagni Sir Coumadin e il settenano Carvedilolo (fratello di Atenololo, Metoprololo, Propranololo etc…).

    La riabilitazione è finita, andate in pace - e fate molto movimento!

    Di nuovo, un grazie a tutti quelli che mi hanno aiutato, visitato, pensato, sopportato in queste settimane!!!

  • Ventiquattro

    Ventiquattro maggio 2011.
    Dopo ventiquattro anni di onorato servizio, il giorno del mio (e del suo) ventiquattresimo compleanno, nonché del ventitreesimo compleanno della cardiochirurgia del San Donato, la mia valvola aortica ha raggiunto il meritato riposo, e il suo posto è stato occupato dalla mia nuova compagna di viaggio, nome commerciale Bicarbon Fitline 23.

    In realtà tutto è cominciato molto prima - diciamo alla mia nascita, ma non andiamo così indietro, limitiamoci all’11 maggio, quando siamo partiti alla volta di San Donato Milanese, preparati ad un’operazione prevista per venerdì 13 (e già la data non prometteva troppo bene…).

    Dopo un paio di giorni di esami, di conoscenze con gli “abitanti” del reparto di cardiochirurgia pediatrica, dopo l’“operazione Napalm”, ovvero la distruzione mediante armi chimiche della foresta di peli che mi portavo dietro (comincio a capire cosa patiscono le donne che si depilano…), e dopo altre operazioni per liberarmi di pesi inutili, su cui sorvolo, proprio mentre sto andando a farmi una dormita prima di entrare in sala operatoria, vengo informato che per un imprevisto il tutto è da rimandare a un paio di settimane più tardi.
    Forse normalmente uno non ci rimarrebbe benissimo, però devo dire che la cosa mi ha sollevato: ero un po’ troppo preoccupato, tutto stava andando troppo bene e sentivo che presto sarebbe successo qualcosa. Così, invece, ero molto più tranquillo… Dice il saggio: se Signora Sfiga cammina al tuo fianco, non preoccuparti. E’ quando non la vedi più, che ti devi guardare le spalle!

    Due settimane e due teglie di lasagne tirate a mano più tardi, eccoci di nuovo sull’Autostrada del Sole Dietro la Nebbia, che ormai mio papà potrebbe fare ad occhi chiusi. Stavolta l’operazione Napalm era stata eseguita con cura a casa, tanto da strappare all’infermiera un “ho più peli io che te!” (che per un uomo non è necessariamente un complimento…).
    E il famoso, suddetto giorno del mio ventiquattresimo compleanno, tra un augurio e una flebo, e una preparazione degna di un astronauta in partenza per lo spazio, gli infermieri mi hanno introdotto in sala operatoria, dove l’ultima cosa che ricordo è la faccia dell’anestesista che diceva “Buona notte!”.

    Al risveglio, verso le nove di sera circa, in terapia intensiva, mi sono lentamente accorto di alcune cose.
    Primo, che ero con il più bizzarro, improbabile e divertente trio di infermieri (o erano medici?) che abbia mai incontrato…
    Secondo, che lo stomaco dopo un’anestesia si sveglia decisamente incazzato, e non conviene proporgli un goccio d’acqua…
    Terzo, che il post-operatorio è molto, molto più duro di come immaginavo… !!!
    Grazie, però, agli amici “morfina” e “antidolorifico” in quei primi momenti ero, tutto sommato, soddisfatto di essere vivo, così quando è arrivata la chiamata di mio padre ho risposto alzando il pollice verso l’alto.

    I giorni successivi sono stati sempre una decisa salita verso il meglio. Peccato che partissi da moolto in basso…!!!
    All’inizio sono anche riuscito a scomodare mezzo ospedale, dato che il mio cuore aveva deciso di seguire un ritmo tutto suo, e quando i medici hanno visto che sono allergico a tutti i farmaci utili in casi come questi, hanno deciso che forse era meglio chiamare un aritmologo… Che mi ha rassicurato dicendo che no, non ero in punto di morte, ma semplicemente per la prima volta sentivo un battito di cuore normale, e che se non mi stava bene l’unica soluzione era quella di fermarlo…!

    Il primo successo è stato il ritorno in reparto, il giorno successivo all’intervento.
    Il secondo successo è stato riuscire a dormire per la prima volta, la terza notte dopo l’intervento. Chiariamoci, non tutta la notte: ma almeno per qualche ora filata. Eh sì, perché prima, fornito com’ero di drenaggi - meglio che non scenda nei dettagli, per amore degli stomaci deboli - ho sperimentato sensazioni che mi hanno reso decisamente favorevole all’eutanasia e mi hanno portato a leggere un libro intero dalle 11 di sera alle 6 di mattina.
    Il terzo successo è stato alzarsi in piedi, e riuscire a camminare. All’inizio qualche passo incerto, con tanta invidia dei bambini che erano con me in terapia intensiva e ora scorrazzavano a grande velocità per i corridoi in sella ai loro trattori di plastica… Ma poi, in breve tempo, io e i miei compagni d’avventura siamo diventati grandi campioni nella disciplina di “camminata delle anime in pena lungo il corridoio”.
    Non vi dico poi che gioia quando ho addirittura ricominciato a mangiare! Superata forse solo dalla soddisfazione di riprendere la funzione complementare all’inserimento di cibo…

    Certo, insieme a questi passi avanti c’è stato anche qualche imprevisto, come, ad esempio, quando di punto in bianco mi sono trovato delle grandi macchie colorate davanti agli occhi. Per fortuna, tutto si è risolto con un po’ di spavento e tanta rottura di scatole al povero oculista che si è trovato un paziente in preda al terribile dubbio se il collirio per dilatare le pupille potesse interagire con uno delle dozzine di farmaci che stava prendendo…

    Infine, per completare la collezione delle sensazioni strane, proprio il giorno delle dimissioni l’anestesia ha pensato bene di riproporsi, lasciandomi sul letto alla disperata ricerca delle parole “disturbi della vista”, mentre mi chiedevo se davvero ne avevo avuti o era stato solo un brutto sogno. Aggiungeteci un paio di deja-vu, e capirete che ho preferito che i miei genitori ascoltassero particolarmente bene le spiegazioni del medico che mi dimetteva, perché non ero troppo sicuro della mia lucidità in quei momenti.

    E se, in macchina, diretti verso Parma, accucciato tra il sedile e un cuscino, rispondevo ai miei dicendo di stare “stra-bene”, devo ringraziare un sacco di persone… Non le elenco tutte perché non ci riuscirei, ma voglio citare Frigiola, Nuri Al-Khaut, chirurgo del kurdistan iracheno, il dottor Micheletti la cui santa pazienza mi ha sopportato anche oltre le dimissioni, Maria l’infermiera che durante il prelievo ti rivelava di venire dalla transilvania (e non era una battuta), il mio compagno di stanza e di avventura Daniele, la Francesca e Gian Antonio Moles, Giovanni e famiglia, le ragazze dell’AICCA e i bimbi, Piero, Paolo e Alberto in testa.
    E tutte le persone che sono passate a trovarmi, o mi hanno fatto un po’ di posto nei loro pensieri.
    E, soprattutto, quei due che sono stati lì quasi tutto il tempo, soprattutto quando io ero bell’e che nel mondo dei sogni, e che si chiamano mamma e papà…

    Vorrei continuare stasera, ma domattina già è piena di impegni, così vi lascio con un…

    …arrivederci alla prossima puntata!

  • Apriamo le porte!

    Esiste, credo, un unico vero problema, nella gestione dei migranti provenienti dal Magreb: che l’Europa non li vuole accogliere.
    La soluzione sarebbe semplicissima: aprire le frontiere!