• Abitanti di Israele, cosa state facendo?

    This is the flag of the State of Palestine, made in CGI.

    La scorsa settimana, finalmente, anche la commissione istituita dalle Nazioni Unite ha riconosciuto il genocidio nei confronti dei palestinesi compiuto da Israele.

    Faccio molta fatica a credere che non fosse già evidente agli occhi di tutti, anche di quelli che non lo chiamano così.

    Se a qualcuno fosse rimasto il dubbio sulle reali intenzioni di Israele, come può questo dubbio rimanere dopo l’attacco a Doha, in Qatar, contro la delegazione di Hamas ai colloqui di pace? Hamas, che mezzo mondo considera un’organizzazione terroristica, accetta di valutare le condizioni per una tregua e si affida al diritto internazionale inviando una delegazione con i suoi massimi esponenti in un paese neutrale che si offre di ospitare i negoziati, e Israele, che mezzo mondo riconosce come stato alleato, calpesta quello stesso diritto internazionale e lancia un attacco aereo contro il Qatar per cercare di eliminare la delegazione prima che possa discutere gli accordi di pace, uccidendo non solo membri di Hamas ma pure cittadini del Qatar. Ai miei occhi il messaggio che passa è “non ce ne frega niente della pace, vogliamo ripulire tutta la Palestina dai palestinesi, e farli fuori ovunque si trovino nel mondo, passando sopra a chiunque si trovi per scelta o per caso sulla nostra strada”.

    Ma la cosa che per me è incompresibile è cosa cavolo stia passando per la testa adesso agli abitanti di Israele. Ma come fanno a sostenere un governo che compie queste azioni? Ma come fanno ad accettare di essere complici di un governo che si macchia di uno dei più grandi crimini contro l’umanità degli ultimi secoli, di un governo che sta smantellando la fiducia del mondo intero nel diritto internazionale, che, agli occhi di molte persone nel resto del mondo, sta associando ad Israele non più l’idea della nazione dei discendenti delle vittime della Shoah ma l’idea della nazione dei carnefici del genocidio palestinese?

    Ma come fanno a non capire che decenni di oppressione da parte di Israele nei confronti del popolo palesinese difficilmente avrebbero reso il popolo palestinese come un gregge di miti pecorelle disposte a vivere per sempre senza uno stato, disposte ad accettare che buona parte delle loro attività fossero controllate da uno stato del quale non potevano fare parte e accettare per sempre che le loro terre fossero disponibili per Israele ogni volta che ne avesse avuto bisogno? Come fanno a non capire che la violenza che è scaturita da questa oppressione non si poteva risolvere aumentando il peso dell’oppressione stessa?

    La situazione avrebbe dovuto (e dovrebbe) essere risolta dalle Nazioni Unite, che anzi sono nate proprio per risolvere queste controversie. Le Nazioni Unite avrebbero dovuto già da tempo imporre ad Israele il rispetto dei confini della linea Verde e riconoscere lo Stato di Palestina, già molto tempo fa, ma sicuramente dopo che lo avevano affermato con la risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza del 2016.

    L’inefficacia dell’azione delle Nazioni Unite dimostra ancora una volta la necessità di cambiarne le regole: come minimo, dovrebbe essere cancellato il concetto di membro permanente del Consiglio di Sicurezza e il relativo potere di veto.

    Cosa si può fare ora? Io credo che sia necessario restituire ai palestinesi la terra e la libertà, e riportare i confini alla linea Verde, come la risoluzione ONU ha stabilito. Togliere il blocco navale a Gaza, smantellare le colonie illegali israeliane, riconoscere lo Stato Palestinese e fornire un supporto logistico e militare alla Palestina per la ricostruzione, per impedire nuovi tentativi di invasione da parte di Israele e nuovi atti terroristici verso Israele da parte delle frange più violente dei palestinesi.

    Se questo non succederà, se Israele espanderà le sue colonie, caccerà i palestinesi e occuperà stabilmente Gaza o la Cisgiordania, sarà una terribile sconfitta del diritto internazionale, qualunque accordo di pace si raggiunga. Se capiterà questo, il messaggio che passerà al mondo è che, se un popolo non ha la protezione di una grande potenza mondiale, può tranquillamente essere schiacciato, sterminato ed esiliato per ottenere le sue terre.

    Ma per evitare questo, per arrivare ad una soluzione, abbiamo bisogno anche dell’aiuto degli abitanti di Israele. Non è pensabile costringere Israele a rispettare la risoluzione ONU con la forza, non contro un esercito che ha disposizione armi nucleari. È necessario che gli abitanti di Israele aprano gli occhi e costringano da dentro il governo a cambiare rotta.

    Io non ci credo che vogliano davvero vivere nel mondo verso il quale Israele ci sta portando. Non ci credo che vogliano vivere in un mondo dove se vivi accanto ad un paese più forte puoi essere privato di ogni diritto, compreso quello di aiutare i feriti, puoi essere affamato, bombardato e cacciato anche se non hai mai preso in mano un’arma. Non ci credo che vogliano vivere in un mondo dove un civile potrebbe essere ucciso di punto in bianco perché fa un lavoro che è sgradito a qualche paese a migliaia di chilometri di distanza, come è capitato per gli scienziati del programma nucleare iraniano. O in cui potresti essere ucciso perché nel tuo stesso palazzo abita una persona sgradita ad un paese che non è nemmeno in guerra con il tuo.

    Credo che sia necessario, da parte nostra, bloccare qualsiasi scambio economico (e in particolare di armi) con il governo di Israele, e invece sostenere quelle parti della società civile israeliana che si oppongono a questo governo e al genocidio, perché solo con il loro aiuto potremo arrivare ad una pace giusta.

  • Insegnanti, non insegnate!

    Insegnanti, non insegnate!

    A quanto pare, è proprio quello che ci viene chiesto. Fare tutto, tranne che insegnare.

    Nella scuola, esistono tantissimi incarichi che gli insegnanti possono (o più spesso devono) prendersi, pagati (di solito poco) con un compenso aggiuntivo rispetto allo stipendio normale di un insegnante. Ad esempio il coordinatore di classe, coordinatore di dipartimento, responsabile di sede, responsabile della formazione delle classi, dell’orario, collaboratori del dirigente, animatore digitale…

    Tutti questi docenti vengono pagati un po’ (poco) di più degli altri. Come se questi insegnanti lavorassero un po’ di più degli altri, anziché sacrificare un po’ di tempo che avrebbero potuto dedicare a preparare bene le lezioni per dedicarlo agli altri incarichi che svolgono.

    Io penso che questo sia profondamente sbagliato:

    • primo, fa passare il concetto che un insegnante che non ha nessuno di questi incarichi abbia del tempo libero nel quale potrebbe lavorare. Che non spenda tutti i suoi pomeriggi nel preparare delle belle lezioni efficaci, nel correggere i compiti, nel seguire i lavori degli studenti. In pratica, è come dare ragione a chi dice che un insegnante lavora solo 18 ore a settimana!
    • secondo, spinge gli insegnanti a fare tutto tranne che preparare bene le lezioni. Gli stipendi degli insegnanti sono bassi, quindi un docente è spinto, pur di avere qualche briciola in più, a sacrificare tempo che potrebbe dedicare a preparare delle lezioni efficaci per prendersi quegli incarichi che prevedono un piccolo compenso extra.

    Un effetto simile lo hanno i soldi che vengono distribuiti attraverso i “progetti”. Un docente che presenta un “progetto” può chiedere alla scuola ulteriori soldi, sia per pagare materiali, attrezzature ed esperti esterni, sia sotto forma di ore di docenza in più per sé e per gli altri docenti che partecipano al progetto.

    Come se un progetto avesse automaticamente una importanza educativa superiore a quello che facciamo tutti i giorni in classe, come se compilare una scheda progetto desse alla nostra azione un valore superiore da remunerare.

    E ancora, come se chi non partecipa a progetti lavorasse meno di chi partecipa ai progetti, come se chi partecipa ai progetti non stesse scegliendo di dedicare al progetto tempo che altrimenti avrebbe potuto dedicare alle “normali” lezioni.

    Attenzione che non sto dicendo che la lezione frontale impersonale che nell’immaginario comune si faceva settanta anni fa sia meglio di attività di gruppo, interattive e laboratoriali e tutto il resto che di solito viene proposto nei progetti. Quello che penso è che un buon insegnante può progettare le sue “normali” lezioni con tutte queste attività di gruppo, interattive e laboratoriali senza per forza doverci aggiungere l’etichetta “progetto” con tutto il carico burocratico che comporta.

    Io penso che ci siano tanti bravi insegnanti che, incarichi o no, spendono tutto il tempo che un qualsiasi buon lavoratore spende (e a volte anche di più) per fare bene il proprio lavoro, e alcuni che, purtroppo, incarichi o no, approfittano del fatto che i docenti non devono timbrare il cartellino per lavorare il meno possibile. E non è certamente contando il numero di incarichi o di progetti che si può discriminare.

    Come uscirne fuori, quindi?

    Io proporrei che il tempo dedicato ad incarichi extra e progetti sia riconosciuto sotto forma di ore di distacco: ad esempio, un docente che fa il coordinatore di classe dedicherebbe un’ora delle diciotto ore settimanali di lezione alle attività di coordinamento, quindi avrebbe un orario settimanale di 17 ore di lezione in classe.

    E, anche se so che è piuttosto impopolare tra i miei colleghi, secondo me potremmo iniziare a pensare a premiare i docenti che fanno una didattica efficace in generale, senza bisogno di misurare la bravura di un docente sul numero di progetti che presenta o sul numero di incarichi che si prende, o sul numero di etichette che appiccica al suo modo di fare lezione (come era il bonus premiale della legge 107/15).

    Misurare l’efficacia della didattica è difficilissimo, però secondo me ci sono degli strumenti che ci possono dire qualcosa.

    • Primo, io valuterei la frazione degli studenti che negli anni successivi (a quelli nei quali hanno avuto il docente) perdono anni scolastici o universitari. Un bravo docente non è uno che promuove tutti, ma uno che dà agli studenti gli strumenti per scegliere il percorso migliore e affrontarlo.
    • Secondo, io chiederei agli studenti stessi di valutare i loro docenti, ma non subito alla fine dell’anno: dopo alcuni anni, almeno nel ciclo scolastico successivo se non addirittura alla fine del percorso scolastico o nei primi anni di vita lavorativa, così che abbiano modo di rendersi conto di quali sono stati i docenti che hanno fornito loro gli strumenti più importanti.
    • Terzo, io sfrutterei i risultati delle prove INVALSI, valutando la differenza tra la prova precedente e quella successiva agli anni in cui gli studenti hanno avuto il docente.

    Tutti questi parametri dovrebbero essere presi non in valore assoluto, ma relativo rispetto allo stesso tipo e grado di scuola, contesto territoriale e background degli studenti.

    Ecco, questo è quello che avevo da dire.

    Perché l’apprezzamento e l’entusiasmo degli studenti sono un meraviglioso riconoscimento per le ore spese a preparare delle belle lezioni, ma non mi sembra giusto che debbano essere l’unico.

    E perché se costruiamo una scuola che disincentiva chi lavora bene e premia la burocrazia, secondo me non stiamo gettando delle basi solide per il futuro della nostra società.

  • Una nuova fonte di energia per l'umanità

    L’umanità è sempre alla ricerca di nuove fonti di energia.

    La frontiera futura è la fusione nucleare, che però sembra ancora lontana dal poter essere realizzata in modo controllato con una resa energetica abbastanza alta da essere utilizzabile al di fuori di un laboratorio.

    Sognare, però, è lecito: immaginiamo di progettare la fonte di energia ideale.

    Immaginiamo di poter realizzare una grande centrale a fusione, di alimentarla con una scorta di “combustibile” abbastanza grande da soddisfare i bisogni energetici dell’umanità per i prossimi millenni. Per evitare i rischi legati alla fusione nucleare, potremmo costruire questa centrale in orbita, ad una distanza di sicurezza dalla superficie terrestre, e realizzare sulla Terra dei dispositivi in grado di raccogliere l’energia prodotta e immagazzinarla, così che possa essere usata al momento del bisogno.

    Sarebbe ancora più bello se questi dispositivi di raccolta dell’energia non avessero bisogno di controllo umano diretto, fossero in grado di autoassemblarsi e ripararsi da soli, così da poterne disporre in gran numero e ovunque ci fosse bisogno di energia.

    E se tutto questo potesse essere realizzato a basso costo, con tecnologie già disponibili oggi e a basso impatto ambientale, sarebbe davvero un bel sogno.

    Chissà perché, ma ho la vaga sensazione che qualcosa del genere esista già…

    Sole e alberi
  • Oche!

    Ovviamente quella in foto non è un’oca.

    Ma andiamo con ordine.

    Domenica 19 è stata una giornata di nebbia, di quella nebbia che va dai colli piacentini fino alle piattaforme di estrazione del metano dell’Adriatico, di quella nebbia che in una fila di tre macchine l’ultima non vede la prima. E ovviamente noi eravamo a fare birdwatching sul delta del Po.

    Dopo esserci riempiti gli occhi di nebbia e le ossa di freddo per tre quarti di giornata, il cielo ci concede una tregua, e il sole buca la nebbia per quella magica ora prima del tramonto. E il sipario grigio si apre lentamente sopra le valli del Mezzano.

    E finalmente le vediamo. Oche. Centinaia, anzi migliaia di oche. Venute dalle vastità del nord a passare l’inverno in questo ritaglio di pianura. E dietro di loro, le gru.

    Non so perché non le ho fotografate. Forse perché volevo tenere tutto per gli occhi quel poco tempo che ci restava per vederle.

    Alla fine ho portato a casa solo questa foto di gru. Ma la meraviglia è ancora viva negli occhi, e aspetto un prossimo momento per tornare a vedere lo spettacolo delle oche del Mezzano.

  • Contro le gite scolastiche

    Le gite scolastiche - quelle per cui alle famiglie è richiesto un contributo economico, e chi non versa non partecipa - sono discriminatorie. Così come tutte le uscite e le attività in generale per le quali è richiesto un contributo.

    La scuola pubblica dovrebbe essere gratuita per tutti. Conosco diverse scuole che propongono molte bellissime attività, per le quali richiedono contributi che nel corso di un anno scolastico possono arrivare a diverse centinaia di euro. Sono cifre che per molte famiglie sono facilmente affrontabili, soprattutto considerato che vanno nell’istruzione dei figli. Ma ci sono anche famiglie per cui queste cifre sono un problema, e di conseguenza studenti che devono rinunciare a qualcuna di queste attività anche a causa del costo.

    Ricordo dirigenti scolastici che dicevano che tutte le famiglie che si erano rivolte alla scuola chiedendo aiuto perché non avevano soldi per mandare il figlio in gita erano state aiutate dalla scuola. Bene. Ma io vorrei una scuola dove le famiglie non devono umiliarsi chiedendo l’elemosina dal dirigente per poter avere l’istruzione che la scuola dovrebbe garantire gratuitamente. E ci sono tante altre famiglie che, per orgoglio o perché non si ritengono tutto sommato così povere, non si sognano nemmeno di chiedere aiuto alla scuola, e semplicemente rinunciano ad alcune di queste occasioni di formazione.

    E mi scoccia un po’ che soldi presi dalle mie tasse vadano a finanziare, in parte (sotto forma di docenti accompagnatori, progettazione etc…), la realizzazione di attività facoltative e a pagamento proposte dalla scuola agli studenti, che di fatto vengono sfruttate dalle famiglie che hanno già larga disponibilità economica, e non dalle famiglie che magari ne avrebbero più bisogno.

    Con questo io non voglio che non si facciano più gite, semplicemente che si trovi un sistema perché siano accessibili a tutti gratuitamente, o al massimo che il criterio di selezione non sia l’aver versato o meno il contributo. Alcuni esempi di soluzione:

    • cercare di vincere bandi pubblici e con questi finanziare il 100% dell’attività o della gita;
    • accettare comunque contributi volontari da parte delle famiglie, slegando però la partecipazione dello studente dall’aver versato o meno, e mantenendo il segreto su chi ha versato e quanto;
    • se non ci sono risorse per tutti, selezionare i partecipanti in base ad un criterio, come il merito, il comportamento o anche la situazione di particolare difficoltà… Facendo però attenzione al fatto che a volte il merito è strettamente dipendente dalle condizioni economiche della famiglia, e la scuola non dovrebbe limitarsi a spingere avanti solo chi già parte avvantaggiato, ma anche e soprattutto “rimuovere gli ostacoli di ordine conomico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

    E naturalmente la soluzione migliore sarebbe un Governo che dedicasse più risorse all’istruzione pubblica…

  • Sviluppo insostenibile

    Non c’è spazio per inseguire la crescita economica se desideriamo preservare quello che rimane della bellezza e dell’abitabilità del nostro pianeta.

    Ma possiamo comunque costruire una società più equa, che sia casa per il bagaglio culturale che abbiamo ereditato e in cui si possa conservare almeno parte del benessere a cui siamo abituati, se rinunciamo alla crescita economica come condizione necessaria.

    Non che la crescita economica sia necessariamente il male, e nemmeno che non sia più possibile: semplicemente non è l’obiettivo a cui dobbiamo tendere, ed è pericoloso continuare a inseguirla.

    TiBre

    Cosa sta succedendo?

    Sappiamo ormai bene che la nostra presenza sul pianeta sta modificando irrimediabilmente la biosfera che garantisce la nostra sopravvivenza:

    • l’uso dei combustibili fossili e l’allevamento su larga scala emettono gas serra che stanno andando a modificare il clima, con conseguenze che potranno essere catastrofiche sia direttamente per le popolazioni che abitano vaste zone della Terra, sia per gli ecosistemi che cambieranno, portando all’estinzione un grande numero di specie;
    • la trasformazione degli ecosistemi da naturali ad agricoli, e da agricoli ad urbanizzati, sta rapidamente causando la perdita di habitat per buona parte degli esseri viventi, spingendoli verso l’estinzione, e sta provocando la perdita dei servizi ecosistemici necessari alla nostra sopravvivenza (come ad esempio la fotosintesi, il sequestro dell’anidride carbonica, la creazione e il mantenimento del suolo, la degradazione biologica degli inquinanti, la biodiversità, l’impollinazione delle piante da parte degli insetti, ma anche i “servizi” meno materiali come la possibilità di apprezzare la bellezza della natura, possibilità senza la quale, credo, la vita avrebbe meno senso di essere vissuta);
    • le emissioni di sostanze tossiche e cancerogene nell’aria, nell’acqua e nel suolo, da parte di un gran numero di attività umane, stanno danneggiando direttamente la salute di milioni di persone che vivono negli ambienti più inquinati della Terra, come la nostra pianura Padana, oltre che - insieme con l’abbandono dei rifiuti - danneggiare gli ecosistemi e spingere le specie verso l’estinzione.
    • le risorse che consumiamo per alimentare il nostro sviluppo si stanno esaurendo: i combustibili fossili non sono infiniti e la loro estrazione costerà sempre di più, sia economicamente che ecologicamente; molti minerali di interesse industriale si trovano in poche zone del mondo e in quantità limitate, e per alcuni il pericolo che si esauriscano i giacimenti è concreto e vicino; l’acqua potabile è una risorsa rinnovabile ma scarsa, che in molte zone del mondo non è più sufficiente a soddisfare i bisogni delle popolazioni; il suolo coltivabile del nostro pianeta non è infinito, già stiamo sfruttando una buona parte di quello disponibile, e ne stiamo perdendo grandi quantità a causa della desertificazione e dell’urbanizzazione.

    Tutto questo accade in una società umana nella quale esistono ancora enormi disparità, sia tra diverse aree del mondo sia tra persone della stessa area, nelle possibilità di avere una vita sana e sicura, di ricevere un’educazione di qualità, di partecipare alla costruzione della cultura e della politica della società.

    Cosa c’entra la crescita economica?

    Una crescita economica significa una crescita nella produzione di beni e servizi: questo significa anche un aumento degli impatti dell’uomo sull’ambiente e un consumo sempre più rapido delle risorse: in un anno produco 10 impattando 10, se l’anno successivo voglio produrre 12, impatterò 12.

    Attraverso l’innovazione tecnologica posso ridurre gli impatti e le risorse necessarie a produrre i beni e i servizi che mi servono: se prima producevo 10 impattando 10, potrei, migliorando la tecnologia, produrre 12 impattando 11. Sarebbe molto bello se l’innovazione viaggiasse velocissima, e ci permettesse di aumentare la produzione di beni e servizi diminuendo nello stesso tempo gli impatti (quello che viene indicato come emission decoupling, riferendosi alle sole emissioni), purtroppo non c’è una reale evidenza che, a scala globale, sia già così o ci si possa arrivare a breve. Più la produzione di beni e servizi cresce, più gli impatti crescono.

    Il nostro sistema produttivo è senza dubbio migliorabile, e potremmo, con qualche sforzo di cambiamento, produrre ciò che produciamo adesso impattando molto meno, ma questo non significa che l’innovazione tecnologica possa permetterci una crescita economica illimitata, a causa dei limiti fisici che la biosfera dell’unico pianeta che abbiamo ci impone.

    Senza dubbio l’innovazione tecnologica è una strada da seguire, ma continuare a scommettere su una crescita illimitata spinta da un’innovazione tecnologica che, fino ad oggi, non è mai riuscita a disaccoppiare crescita economica e crescita degli impatti, mettendo a rischio l’abitabilità del nostro pianeta, è da incoscienti, quando non è fatto in malafede.

    Ma a chi serve la crescita economica?

    Ci serve davvero produrre beni e servizi ad un ritmo più veloce rispetto a quanto già facciamo ora? Se lo mettiamo su un piatto della bilancia, e sull’altro piatto ci mettiamo i danni che questa crescita comporta, da che parte pende la bilancia?

    Certo, nel mondo ci sono milioni di persone in estrema difficoltà che avrebbero bisogno di cibo e servizi essenziali. Ma ci sono anche decine o centinaia di migliaia di persone che hanno ben di più di quello che è necessario per avere una vita lunga, piena e felice. Il prodotto mondiale lordo, pro capite, a parità di potere d’acquisto è quasi 18 000 $ annui, circa quanto quello della Cina o dell’Argentina, e poco meno della metà di quello italiano (circa 41 000 $ annui). Se i beni e i servizi che già oggi produciamo fossero equamente distribuiti i paesi “occidentali” dovrebbero accontentarsi di meno di quello a cui sono abituati, ma tutta l’umanità avrebbe di che sopravvivere in modo dignitoso.

    Questo è ancora più vero se consideriamo solo “casa nostra”: se le ricchezze fossero equamente distribuite all’interno del Paese, i 41 000 $ annui pro capite italiani sarebbero più che sufficienti a garantire a tutti un’esistenza più che dignitosa.

    La ricchezza per garantire il benessere di tutti la abbiamo già, dobbiamo fare in modo che tutti possano goderne, e dobbiamo imparare a produrla chiedendo meno alla nostra Terra e restando all’interno dei limiti di quello che ci può offrire.

    Chi è davvero interessato alla crescita economica è il nostro sistema economico basato sul debito: nello scorso secolo di crescita sfrenata alimentata dal petrolio, quando sembrava che non sarebbe mai finita, tutti si sono abituati a scommettere sul fatto che domani avrebbero guadagnato più di oggi, chiedendo finanziamenti e indebitandosi. Gli Stati per primi si sono lasciati inebriare da una gestione in deficit, scommettendo sul fatto che la crescita economica perpetua avrebbe sempre portato, l’anno successivo, più tasse di quelle dell’anno in corso. Questo ha funzionato egregiamente finché la crescita c’è stata, al prezzo della vorace devastazione delle risorse del pianeta, ma ora che le risorse iniziano ad esaurirsi, e che altre nazioni hanno preso lo scettro dei divoratori più voraci, per quanto potrà funzionare?

    Che cosa si può fare, secondo me

    Ridistribuzione della ricchezza, conversione dell’economia

    Per avere una vita dignitosa tutti dobbiamo accedere alla possibilità di sfruttare un po’ delle risorse naturali del Pianeta per soddisfare i nostri bisogni e crescere come persone libere: cibo, casa, vestiti, salute, educazione…

    Oggi, le troppe risorse che strappiamo al Pianeta sono negate a parte della popolazione, per andare a soddisfare desideri tutt’altro che essenziali di un’altra piccola parte della popolazione. Senza bisogno di strappare ulteriori risorse, che il Pianeta non è più in grado di offrirci senza compromettere la sopravvivenza delle generazioni future, possiamo soddisfare i bisogni della parte della popolazione più in difficoltà dirottando verso di loro le risorse che oggi vengono sprecate, usate male, o consumate per soddisfare bisogni non essenziali della parte ricca del mondo.

    Questo può essere fatto - e almeno in parte deve essere fatto - attraverso le tasse e Stati che forniscano i servizi essenziali a tutti i cittadini, ma può anche essere fatto attraverso una trasformazione del mercato, chiamiamolo Green New Deal se volete: chiediamo a chi ha i soldi (noi compresi) di spendere in beni e servizi con un minimo impatto ambientale ma ad alto contenuto di lavoro, creando così posti di lavoro senza dover aumentare le risorse da strappare al Pianeta. Meno SUV, meno ville e meno crociere, ma più arte, più cultura, più investimenti ecologici. Esistono diversi strumenti per spingere il mercato in questa direzione: disincentivare beni e servizi ad alto impatto ambientale, incentivi per i loro opposti. Il punto fermo è che dobbiamo ridurre, non aumentare, l’impatto complessivo della nostra economia.

    La madre di tutti i problemi

    Sostenere lo sviluppo umano delle aree del mondo e delle fasce di popolazione più in difficoltà è necessario anche per affrontare il problema centrale da cui discende tutto il resto, cioè la sovrappopolazione. Sul pianeta Terra non possono continuare a vivere a lungo sette miliardi e mezzo di persone con questo stile di vita: dobbiamo cambiare stile di vita e nel frattempo dobbiamo evitare di aumentare ancora, perché più aumentiamo più i nostri impatti sono grandi. Combattere la sovrappopolazione non significa necessariamente un controllo delle nascite imposto con la forza: basta fornire una educazione adeguata, liberare le persone da vincoli culturali che impongono famiglie numerose e ostacolano la contraccezione, e mettere le donne in condizione di poter decidere liberamente della propria vita e del proprio futuro.

    Smettiamo di scaricare il barile sugli altri

    I nostri paesi “occidentali”, di prima industrializzazione, stanno ricorrendo pesantemente all’importazione di prodotti - spesso non prodotti finiti ma semilavorati o materie prime - da paesi di più recente industrializzazione, dove la manodopera costa meno e soprattutto i vincoli ambientali e sociali sono meno rigidi. Occhio non vede, cuore non duole, insomma. Questo ha anche l’effetto di far sembrare “virtuose” le nostre economie, quando in realtà non lo sono: ci teniamo le produzioni a minor impatto ambientale, sembrando ecologici, quando in realtà abbiamo solo spostato altrove le parti più impattanti della produzione, in luoghi dove il loro impatto si moltiplicherà.

    Questa delocalizzazione della produzione ha anche il pesantissimo effetto di creare disoccupazione nei nostri paesi, e costringere le nostre imprese a subire una concorrenza sleale da parte di imprese in altre parti del mondo che possono fare profitto senza i vincoli a cui le nostre devono sottostare.

    E’ necessario, secondo me, che a livello europeo qualsiasi accordo di importazione preveda che vengano importati esclusivamente beni e servizi da paesi con tutele ambientali e sociali almeno equivalenti a quelle europee, oppure da imprese che garantiscano queste tutele alla comunità dove operano.

    Disintossichiamoci dalla crescita

    Dobbiamo sanare le nostre economie dalla dipendenza dalla crescita, arrivando al pareggio di bilancio. Finché i nostri bilanci si chiuderanno con un deficit, avremo bisogno di crescita economica per poter pagare i nostri debiti l’anno successivo e continuare ad avere i finanziamenti che ci servono, ma così ci costringiamo a chiedere sempre di più dal Pianeta, e prima o poi il Pianeta ci dirà basta - e in tante piccole e grandi cose ce lo sta già dicendo. Se ci liberiamo del deficit, saremo liberi di scegliere se crescere o no, e potremo decidere di farlo solo se e quanto l’innovazione tecnologica ci consentirà di farlo riducendo nel contempo gli impatti.

    Stop al consumo di suolo

    In Italia il suolo è una risorsa preziosissima, e la cementificazione avanza ad un ritmo rapidissimo. Stiamo perdendo alcuni tra i suoli più fertili del pianeta, e le nuove aree residenziali stanno nascendo secondo lo schema più insostenibile, quello che si chiama sprawl urbano: edifici di piccole dimensioni sparsi e poco collegati in vaste aree lontano dai centri urbani, consumando moltissimo suolo per ciascuna unità abitativa e costringendo le persone a muoversi in auto per grandi distanze. Occorre, credo, imporre lo stop completo alla trasformazione del suolo da agricolo o naturale a edificato, sia per edifici che per infrastrutture, senza eccezioni, su tutto il territorio italiano (e probabilmente anche in gran parte d’Europa). Qualsiasi nuova costruzione deve essere fatta ristrutturando, rimpiazzando o riqualificando quartieri esistenti.

    Abbandonare i combustibili fossili

    Dobbiamo abbandonare al più presto i combustibili fossili. Questo può essere fatto in diversi modi, ma credo che il più semplice ed efficace sia una carbon tax. In Europa esiste già il meccanismo ECTS, occorre modificarlo ed estenderlo a tutti i combustibili fossili, applicando una tassa che crescerà di anno in anno, arrivando a rendere l’uso dei combustibili fossili antieconomico. Questo dovrà essere fatto in modo uniforme su tutta l’area economica europea, in modo da non creare concorrenza sleale. Attraverso il denaro ricavato dalla carbon tax occorrerà incentivare la trasformazione del sistema produttivo in modo da fornire alternative accessibili ai combustibili fossili.

    Le strade ci sono già

    Parlando del nostro Paese, le strade che ci servono le abbiamo già. Quello che ci serve non sono nuove strade e nuove autostrade, ci serve che le strade siano sicure e funzionanti, che i ponti siano aperti e sicuri, e soprattutto che ci sia un trasporto pubblico che permetta a tutti di lasciare a casa l’auto. Costruire nuove strade non riduce l’inquinamento - sì, ho sentito dire anche questo -, incentiva la domanda di mobilità stradale, distrugge gli ecosistemi e incentiva ulteriore consumo di suolo e ulteriori impatti con la nascita di quartieri industriali e residenziali in aree che altrimenti rimarrebbero naturali o agricole perché poco collegate e quindi poco appetibili. Alle persone e alle aziende esistenti non servono nuove strade, serve che quelle che ci sono funzionino, che le merci si spostino su ferro e non su gomma, che ci sia una logistica più efficiente, che le persone dei centri minori non debbano spostarsi in città per avere i servizi, che le abitazioni in città siano ad un prezzo accessibile.

    Le azioni individuali non bastano

    I comportamenti virtuosi sono essenziali e sono un esempio, ma non bastano. Occorre che si muovano le istituzioni, e poiché per fortuna viviamo in un paese democratico, le istituzioni si muovono se, e dove, i cittadini chiedono loro di muoversi. Occorre che ci impegniamo, che ci riappropriamo di quella politica che non è una cosa cattiva, ma è imparare a costruire insieme la casa comune, il mondo che vogliamo.

    Post originariamente pubblicato su Blogspot

  • Ustica

    Forse, una delle cose che spingono a visitare una piccola isola è l’illusione di poterla abbracciare tutta, vedere tutta, comprendere tutta. Che Ustica finisca lì dove le onde toccano la pietra, e che per un momento si possa dimenticare tutto ciò che sta al di là del mare.

    L’illusione di poter, per qualche giorno, ridurre la complessità del mondo ad otto chilometri quadrati circondati da un mare di cui a stento scorgi la fine.

    Ma guardando con occhi curiosi ti accorgi che quel puntino a stento visibile sulla carta è un nodo di una rete ben più grande, che lega tra loro pietre e acque, piante e animali, uomini e donne da una sponda all’altra del Mediterraneo. Mediterraneo che è, ed è sempre stato, più una strada che una barriera; Mediterraneo che unisce i popoli e le storie lungo le sue sponde più di quanto lo facciano le montagne che dividono le nazioni su di esso affacciate.

    E’ un nodo di pietre, lava e lapilli vomitati dal fondo del Tirreno mentre brandelli di Europa si spostavano a est, abbracciando l’Africa per formare l’Italia.

    E’ un nodo di rotte migratorie per gli uccelli che, dopo il deserto, attraversano il mare per raggiungere la loro Primavera. E nei millenni qualcuno di loro ha deciso anche di fermarsi, e di scegliere questo angolo di mondo come casa.

    Pigliamosche, rocca della Falconiera

    E’ un nodo dove si intrecciano i fili delle vite vissute sott’acqua e sopra l’acqua, dove il marangone dal ciuffo attende sugli scogli di tuffarsi tra le castagnole, le donzelle pavonine e le cernie brune.

    Marangone dal ciuffo, cala Sidoti

    Castagnola, grotte di Ustica

    E’ un nodo di storie di uomini e donne, che già tre millenni fa costruivano la loro fortezza sulle scogliere di quest’isola; di uomini e donne che per motivi ormai dimenticati abbandonarono poi la loro casa prendendo la vita del mare. Di uomini e donne che si spostarono da un’isola all’altra portandosi dietro i loro santi, i loro nomi e la loro lingua. Di storie di pirati e di fortezze, di pietre deposte dai manovali dei Borbone e dai confinati del fascismo. Di storie di chi sull’isola ci è nato e ci rimane, di chi ha qui le sue radici ed è tornato a cercarle, di chi la incontra per la prima volta e di chi se ne è innamorato e ogni anno torna a respirarla.

    E oltre a cogliere un briciolo di tutto questo, Ustica mi ha regalato ancora qualche momento di quella libertà che ho imparato a conquistarmi sul mar Rosso, quando sospeso tra l’aria e l’acqua voli spinto dalle pinne, con un cielo azzurro sopra e un cielo azzurro sotto, ognuno pieno di straordinaria vita.

  • "Di ambiente te ne puoi occupare se hai la pancia piena"

    Lettera aperta a Stefano Bonaccini.

    Buona sera Presidente,

    mi permetto di disturbarla, perché c’è una cosa che disturba me, da ieri pomeriggio, quando ho sentito il suo discorso al Congresso Regionale di Volt.

    Lei ha detto, testuali parole, “…abbiamo bisogno di parlare di lavoro, perché ho sempre pensato che di ambiente te ne puoi occupare se hai la pancia piena”.*

    Ecco, mi scusi il francesismo, Presidente, ma sospetto che lei di ambiente non abbia capito una benemerita fava.

    Ha fretta?
    Due cose velocissime:

    Prima - la pancia la potremmo avere piena tutti, almeno qui nella nostra regione, basta che chi ha troppo ci metta un po’ del suo superfluo.

    Seconda - anche se avessimo la pancia vuota, di ambiente dovremmo occuparcene prima di mettere qualcosa nel piatto, purtroppo. O tra pochi anni non avremo più nemmeno il piatto, altro che pancia piena.

    Ho catturato la sua attenzione? Ha qualche minuto in più? Ne approfitto per spiegarmi.

    Ascolto il suo discorso (tutto, non solo la nostra famigerata frase), ripenso a ciò che ha fatto la sua giunta in questi anni, è quello che capisco è:
    1 - non tutti hanno la pancia piena
    2 - per riempire la pancia della gente occorre che l’economia cresca
    3 - tutelare l’ambiente è importante, ma riempirsi la pancia di più
    4 - quindi se sono costretto a scegliere tra tutela dell’ambiente e far crescere l’economia, scelgo la seconda

    Mi sbaglio Presidente? Se mi sbaglio, allora la prego di essere più chiaro, perché il messaggio che continua a passare è questo. Ci mostri, a parole ma soprattutto con azioni concrete,** che non è questo il suo pensiero.

    Nel frattempo chiarisco io un paio di cose.

    Posso essere d’accordo sul punto uno. Anche nella nostra regione c’è chi ha fame. Di cibo, di giustizia, di pari opportunità, di salute…

    Non sono invece d’accordo sul punto due.
    Far crescere l’economia non è l’unico modo per sfamare gli affamati.

    Il reddito disponibile pro capite, nella nostra regione, è di circa 22 500 € annui.[1] Questo significa che, se la ricchezza fosse equamente distribuita tra tutti gli abitanti, io sarei ricco più del doppio di quello che sono adesso. Ma io ho sempre pensato di essere già nella fetta ricca della popolazione mondiale! E sicuramente non ho mai temuto di non avere qualcosa da mettermi nel piatto!

    Quindi, se c’è povertà nella nostra regione, evidentemente ci sono delle grandi disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza! Anziché far crescere la nostra economia (consumando sempre più rapidamente le risorse naturali e inquinando sempre di più), visto che la ricchezza c’è già, basta toglierla a chi ne ha di più e destinarla ai poveri - cioè, diciamolo meglio, destinarne una maggiore quantità a rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: nella scuola affinché le persone sappiano costruirsi il futuro, nell’aiuto alla ricerca del lavoro e nella tutela di chi l’ha perso, nella riorganizzazione del lavoro in modo da avere tanti posti di lavoro anziché pochi con redditi altissimi…

    Ma è il punto 3 l’idea che mi preoccupa di più.

    L’ambiente non è (solo) il panda.
    L’ambiente non sono (solo) gli orsi polari.
    L’ambiente non è il parco naturale che serve per far vedere gli uccellini ai bambini.
    L’ambiente non è qualcosa di cui possiamo occuparci dopo pranzo.

    L’ambiente è tutto ciò che circonda e con cui interagisce un organismo - noi umani in questo caso - e di conseguenza comprende i fattori che influenzano la nostra sopravvivenza. E’ l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, il suolo su cui coltiviamo i nostri prodotti, gli ecosistemi che ci forniscono servizi che non siamo in grado di fornire in altro modo.

    E sappiamo ormai da troppo tempo che stiamo distruggendo lo stesso ambiente che permette la nostra vita, e che stiamo già subendone le conseguenze, e che queste saranno sempre più gravi.[2]

    L’ambiente è il piatto dove mangiamo, è ciò che ci fornisce il cibo che ci mettiamo dentro.

    E lo stiamo avvelenando: stiamo avvelenando l’aria che respiriamo e l’acqua che beviamo, stiamo costruendo strade sopra i campi che producono il nostro cibo e distruggendo gli ecosistemi che garantiscono la nostra sopravvivenza.

    Anch’io desidero avere la pancia piena, certo. Ma se avere la pancia piena significa morire di cancro ai polmoni, o far morire di fame i miei figli, ecco Presidente, preferisco tirare un po’ la cinghia e pensare all’ambiente prima di riempirmi la pancia.

    Detto questo, Presidente, sono sicuro che lei abbia competenze eccezionali che io non ho. Sono sicuro che, al suo posto, non avrei saputo raggiungere nemmeno la metà di quei bei traguardi che ci ha snocciolato ieri. Lei è una persona competente che sarà senz’altro utile anche in futuro alla regione, ma la prego, lasci la guida qualcun altro, o ci andremo a schiantare tutti.

    Sinceramente,

    Luca Fornasari

    * Giuro, all’inizio non credevo alle mie orecchie. Poi ho visto le facce dei miei compagni. E per essere sicuro di non aver frainteso nulla, mi sono riascoltato la diretta facebook del suo discorso, più e più volte.

    ** come, ad esempio, cancellare TiBre, Cispadana, bretella Campogalliano-Sassuolo, bloccare le produzioni industriali che appestano l’aria di Borgotaro (e di tutta la pianura), programmare l’abbandono dei combustibili fossili entro 10 anni…

    [1] ISTAT, edizione dicembre 2018, reddito disponibile delle famiglie consumatrici per abitante per l’anno 2017.

    [2] Una infinità di fonti, ma giusto per citare due delle più importanti, IPCC Fifth Assessment Report, WWF Living Planet Report 2018.

  • Seguite il Nibbio Bianco

    Bassa modenese, domenica mattina, nemmeno troppo presto.

    Abbiamo abbandonato un’escursione in mezzo ai calanchi parmensi e fatto un’ora e mezza di strada per cercare di vedere Lui, il Nibbio Bianco, che - abbiamo sentito dire - sta passando l’inverno in queste pianure.

    La strada diventa sterrata: la macchina avanza tra pianure e campi fino all’orizzonte sollevando una nuvola di polvere, tra le canne gli uccelli prendono il volo accanto a noi, un po’ come se fosse un piccolo safari padano.

    Il navigatore dice che ci siamo quasi: parcheggiamo la macchina, binocolo al collo e cannocchiale in spalla, e ci avviamo a piedi. E’ una domenica di cielo sereno, e la luce accecante, il giallo delle canne secche intorno, la pianura vuota di gente e piena di silenzio, il tepore del sole ti fanno chiedere se sia inverno o se sia agosto. Se non fosse per l’aria pungente e gli strati di vestiti addosso, ci si potrebbe davvero perdere nel tempo, qui.

    Ci guardiamo intorno: il posto è questo, dev’essere qui. Guarda, quello è proprio l’albero su cui - dicono - di solito si posa. Eppure di lui non c’è traccia. Una coppia di gazze, quasi per conferma, va a prendere possesso dell’albero.

    Pazienza, lo aspetteremo, magari è a caccia da qualche parte e arriverà.

    Magari invece è partito, e non lo vedremo mai.

    Ci guardiamo intorno, inganniamo l’attesa. Campi, canali, filari di alberi spogli. Un casolare, pali del telefono, un piccione posato sui fili che guarda in basso.

    Un piccione che guarda in basso?

    Guardo a binocolo. E’ lontano, è controluce, ma il dubbio c’è. Apro il cavalletto, punto il cannocchiale: il becco da rapace, l’occhio rosso dicono che è proprio Lui!

    Cinque minuti di puro, silenzioso, frenetico entusiasmo, guardiamo, scattiamo a ripetizione, bisbigliamo commenti adoranti quando si tuffa verso terra e risale, infine si tuffa di nuovo e sparisce dalla vista.

    Poco dopo iniziano ad arrivare altre macchine: la notizia girava, altri vengono a cercare una foto con l’ospite eccezionale, ma lui non si fa più vivo. Con un pizzico di soddisfazione per essere stati gli unici privilegiati ad averlo incontrato, lasciamo il campo agli altri, e ce ne andiamo a proseguire il nostro safari lungo le strade che costeggiano la palude.

    Ci fermiamo ad ogni squarcio tra le canne: bianco di aironi, di cigni e di cicogne, riflessi verdi sul nero dei mignattai, il lungo becco curvo tra le canne degli ibis sacri, e più piccoli, quasi invisibili i beccaccini che si muovono tra il fango. Un gran frullare d’ali: prima venti chiurli si alzano dallo specchio d’acqua, poi è la volta delle pavoncelle, e infine centinaia di oche ci sorvolano, per poi posarsi di nuovo e passeggiare tra i prati.

    Beviamo con gli occhi tutta questa natura e, proprio quando pensiamo di esserne sazi, appare una magnifica femmina di falco di palude che si concede in un volo lento e potente davanti a noi, tra il chiassoso disappunto delle folaghe.

    Stiamo per andarcene, ma la palude vuole stupirci ancora: piumaggio grigio ghiaccio, “mano” nera, un maschio di albanella reale sfiora le cime delle canne; lo seguiamo, cercando di non perderlo di vista e di goderci quest’ultimo regalo.

    Ormai è ora di partire: salutiamo la palude, lasciamo i fotografi e le loro auto alla ricerca di una difficile foto di un Nibbio Bianco lontano e in controluce, e ci avviamo lungo la strada di casa.

    Quasi per abitudine, il binocolo punta verso un uccello posato lontano, che subito spicca il volo e si avvicina. La prima cosa che penso è che è un uccello che non ho mai visto. Almeno, mai prima di oggi. Quando si posa a breve distanza da noi, in cima ad un albero in luce perfetta, guardandoci dritti negli occhi, quasi quasi non ci crediamo, e scoppiamo a ridere: è ancora Lui! Alla faccia dei fotografi fermi da ore a cercarlo, il Nibbio Bianco ha voluto raggiungerci per un ultimo saluto!

    La montagna è maestosa, bella, selvaggia, piena di vita, ma in un certo senso è prevedibile. Questa piatta distesa di campi e case e strade che si stende alle due sponde del Po, invece, ti stupisce con l’inaspettato. E’ tutto fuorché incontaminata, è percorsa da secoli di popoli, usata, riusata, abbandonata e ripresa, modellata, bonificata e coltivata, protetta e distrutta quasi senza logica. Eppure è capace di sorprenderti con un incontro straordinario come questo.

    E se il Nibbio Bianco è una rarità - per i birdwatcher accorsi a vederlo - o se preferite un solitario che si è perso, a migliaia di chilometri da qualsiasi altro individuo della sua stessa specie, attorno a lui la pianura continua a custodire uno spettacolo di oche, cigni, aironi, ibis e tutti gli altri pennuti, pelosi, squamosi, fotosintetici esseri che intrecciano le loro vite con le nostre, ai margini delle nostre, quasi senza farsi notare.

    Noi abbiamo cercato il nostro Nibbio Bianco: l’abbiamo trovato. Ma soprattutto abbiamo trovato un luogo speciale di questa nostra pianura, e siamo riusciti a condividere un po’ di bellezza del mondo - oltre che un abbondante piatto di tagliatelle.

    Un saluto, e l’augurio che ci sia, ancora, un nuovo Nibbio Bianco da cercare.

    Foto di Margherita Calcagno

  • Tasse!

    Ammetto che quest’anno è stata dura resistere alla tentazione di diventare un evasore fiscale.

    Fino ad ora dichiarare il reddito delle lezioni private era stato per me una questione di coerenza e onore. Ma quest’anno, quando ho aggiunto nel rigo D6 i 2210 € ricavati nel 2017, ho strabuzzato gli occhi vedendo il mio debito con lo Stato impennarsi di 1454 €.

    Mi chiedevo come cavolo potesse essere possibile, quale iniquo e assurdo sistema prevedesse che, per un contribuente che sfiora appena i 20000 € lordi annui, 2210 € lordi fossero tassati al 66%.

    E il diavoletto sulla mia spalla destra sussurrava: “Cancella quella casella! Non ti ha visto nessuno, non c’è traccia da nessuna parte di quei soldi se non in quelle ricevute che tanto nessuno guarderà mai, tienti quel gruzzolo che sono briciole per uno Stato iniquo mentre per te sono una montagna di soldi!”

    Poi, ho fatto due conti, e mi sono accorto che:
    596 € è l’aumento dell’imposta lorda;
    98 € sono dovuti alla diminuzione della detrazione per lavoro dipendente, dovuta al reddito più alto;
    43 € è l’aumento dell’addizionale regionale;
    18 € è l’aumento dell’addizionale comunale.
    In più, l’acconto che avevo versato l’anno scorso per quest’anno era stato tutto “mangiato” dal fatto che quest’anno non ho più la detrazione per i giovani in affitto, quindi le tasse che effettivamente pago sui 2210 € di lezione sono 755 € (34%, tantino, ma già più ragionevole), solo che quest’anno le pago “doppie” perché devo pagarle sia per quest’anno sia anticiparle per l’anno prossimo, anticipo che mi verrà restituito se non dovessi più dare lezioni private.

    Ma non è la matematica che mi ha convinto a non cancellare la casella.

    Quello che mi ha convinto, pedalando forte sul lungoparma sotto il sole primaverile, è stato sentirmi vivo: l’aria addosso, la bici che vibra sul marciapiedi sconnesso, il grido di un merlo che attraversa la strada, e il battito che poco più di una volta al secondo mi ricorda che per tutto questo devo dire grazie. E oltre ai grazie a chi ha generato tutto questo e soprattutto me, io devo dire un grazie molto concreto e molto personale, perché questa valvola che tra tre giorni compie sette anni nel mio cuore è lì solo grazie alle tasse che milioni di persone hanno versato, che sono diventate ricerca, ospedali, medici, e infine quella sala operatoria e quelle persone che mi hanno permesso di arrivare fino a qui.
    E per lo stesso motivo devo ringraziare per quasi tutto quello che nella mia vita ho, che i miei soldi da soli non basterebbero a comprare: le scuole che ho fatto, la relativa sicurezza in cui sono sempre vissuto, la città e il Paese dove vivo, pur con tutti i loro difetti…

    Ma perché una cosa così bella come costruire insieme un Paese che da soli non potremmo costruire, deve passare come una cosa così amara come la sorpresa che ho avuto nel compilare la dichiarazione dei redditi?
    Che senso ha sentirsi presi in giro da un sistema di tassazione incomprensibile, che a forza di inserire righi del modulo, casi particolari, detrazioni, bonus e meccanismi complessi finisce per essere ancora più iniquo e più odiato? Che fa sentire il cittadino raggirato come se stesse firmando un contratto truffa, senza poter rifiutare?
    Poi ci credo che la “flat tax” riscuote così tanto consenso, anche se sarebbe un enorme regalo ai ricchi da parte dei meno ricchi.
    Quando in realtà il problema non è la progressività fiscale, ma tutto quell’enorme, asfissiante montagna di complessità che ci è stata costruita intorno, a forza di voler accontentare qualcuno un giorno, qualcun altro il giorno dopo e così via.

    Ricordiamocelo, la prossima volta che vediamo con occhio favorevole una leggina che “sì, complica solo un pochino, ma per una buona causa…”, che prezzo paghiamo per leggi troppo complicate per essere amate.

    E soprattutto, ricordiamo cosa perderemmo, se non ci fosse chi mette del suo al servizio di tutti, attraverso quella cosa che chiamano “tasse”.