Insegnanti, non insegnate!

A quanto pare, è proprio quello che ci viene chiesto. Fare tutto, tranne che insegnare.

Nella scuola, esistono tantissimi incarichi che gli insegnanti possono (o più spesso devono) prendersi, pagati (di solito poco) con un compenso aggiuntivo rispetto allo stipendio normale di un insegnante. Ad esempio il coordinatore di classe, coordinatore di dipartimento, responsabile di sede, responsabile della formazione delle classi, dell’orario, collaboratori del dirigente, animatore digitale…

Tutti questi docenti vengono pagati un po’ (poco) di più degli altri. Come se questi insegnanti lavorassero un po’ di più degli altri, anziché sacrificare un po’ di tempo che avrebbero potuto dedicare a preparare bene le lezioni per dedicarlo agli altri incarichi che svolgono.

Io penso che questo sia profondamente sbagliato:

  • primo, fa passare il concetto che un insegnante che non ha nessuno di questi incarichi abbia del tempo libero nel quale potrebbe lavorare. Che non spenda tutti i suoi pomeriggi nel preparare delle belle lezioni efficaci, nel correggere i compiti, nel seguire i lavori degli studenti. In pratica, è come dare ragione a chi dice che un insegnante lavora solo 18 ore a settimana!
  • secondo, spinge gli insegnanti a fare tutto tranne che preparare bene le lezioni. Gli stipendi degli insegnanti sono bassi, quindi un docente è spinto, pur di avere qualche briciola in più, a sacrificare tempo che potrebbe dedicare a preparare delle lezioni efficaci per prendersi quegli incarichi che prevedono un piccolo compenso extra.

Un effetto simile lo hanno i soldi che vengono distribuiti attraverso i “progetti”. Un docente che presenta un “progetto” può chiedere alla scuola ulteriori soldi, sia per pagare materiali, attrezzature ed esperti esterni, sia sotto forma di ore di docenza in più per sé e per gli altri docenti che partecipano al progetto.

Come se un progetto avesse automaticamente una importanza educativa superiore a quello che facciamo tutti i giorni in classe, come se compilare una scheda progetto desse alla nostra azione un valore superiore da remunerare.

E ancora, come se chi non partecipa a progetti lavorasse meno di chi partecipa ai progetti, come se chi partecipa ai progetti non stesse scegliendo di dedicare al progetto tempo che altrimenti avrebbe potuto dedicare alle “normali” lezioni.

Attenzione che non sto dicendo che la lezione frontale impersonale che nell’immaginario comune si faceva settanta anni fa sia meglio di attività di gruppo, interattive e laboratoriali e tutto il resto che di solito viene proposto nei progetti. Quello che penso è che un buon insegnante può progettare le sue “normali” lezioni con tutte queste attività di gruppo, interattive e laboratoriali senza per forza doverci aggiungere l’etichetta “progetto” con tutto il carico burocratico che comporta.

Io penso che ci siano tanti bravi insegnanti che, incarichi o no, spendono tutto il tempo che un qualsiasi buon lavoratore spende (e a volte anche di più) per fare bene il proprio lavoro, e alcuni che, purtroppo, incarichi o no, approfittano del fatto che i docenti non devono timbrare il cartellino per lavorare il meno possibile. E non è certamente contando il numero di incarichi o di progetti che si può discriminare.

Come uscirne fuori, quindi?

Io proporrei che il tempo dedicato ad incarichi extra e progetti sia riconosciuto sotto forma di ore di distacco: ad esempio, un docente che fa il coordinatore di classe dedicherebbe un’ora delle diciotto ore settimanali di lezione alle attività di coordinamento, quindi avrebbe un orario settimanale di 17 ore di lezione in classe.

E, anche se so che è piuttosto impopolare tra i miei colleghi, secondo me potremmo iniziare a pensare a premiare i docenti che fanno una didattica efficace in generale, senza bisogno di misurare la bravura di un docente sul numero di progetti che presenta o sul numero di incarichi che si prende, o sul numero di etichette che appiccica al suo modo di fare lezione (come era il bonus premiale della legge 107/15).

Misurare l’efficacia della didattica è difficilissimo, però secondo me ci sono degli strumenti che ci possono dire qualcosa.

  • Primo, io valuterei la frazione degli studenti che negli anni successivi (a quelli nei quali hanno avuto il docente) perdono anni scolastici o universitari. Un bravo docente non è uno che promuove tutti, ma uno che dà agli studenti gli strumenti per scegliere il percorso migliore e affrontarlo.
  • Secondo, io chiederei agli studenti stessi di valutare i loro docenti, ma non subito alla fine dell’anno: dopo alcuni anni, almeno nel ciclo scolastico successivo se non addirittura alla fine del percorso scolastico o nei primi anni di vita lavorativa, così che abbiano modo di rendersi conto di quali sono stati i docenti che hanno fornito loro gli strumenti più importanti.
  • Terzo, io sfrutterei i risultati delle prove INVALSI, valutando la differenza tra la prova precedente e quella successiva agli anni in cui gli studenti hanno avuto il docente.

Tutti questi parametri dovrebbero essere presi non in valore assoluto, ma relativo rispetto allo stesso tipo e grado di scuola, contesto territoriale e background degli studenti.

Ecco, questo è quello che avevo da dire.

Perché l’apprezzamento e l’entusiasmo degli studenti sono un meraviglioso riconoscimento per le ore spese a preparare delle belle lezioni, ma non mi sembra giusto che debbano essere l’unico.

E perché se costruiamo una scuola che disincentiva chi lavora bene e premia la burocrazia, secondo me non stiamo gettando delle basi solide per il futuro della nostra società.