Il lupetto pensa agli altri come a sé stesso,

il lupetto vive con gioia e lealtà insieme al Branco.

Due articoli, la Legge del Branco.

La Guida e lo Scout

pongono il loro onore nel meritare fiducia

sono leali

si rendono utili e aiutano gli altri

sono amici di tutti e fratelli di ogni altra Guida e Scout

sono cortesi

amano e rispettano la natura

sanno obbedire

sorridono e cantano anche nelle difficoltà

sono laboriosi ed economi

sono puri di pensieri, parole, azioni.

Dieci articoli, la Legge Scout.

La prima la imparano a memoria bambini di otto anni, e li accompagna fino ai dodici.

La seconda li accompagnerà dai dodici anni in poi.

Dopo i sedici anni, a questa accompagneranno la Carta di Clan, scritta e riscritta ogni volta la loro stessi.

Non è la prima volta che lo dico, ma mi piaceva ripeterlo in quest’occasione.

La Legge del Branco è sufficiente per essere la base della vita di un gruppo di bambini di una decina di anni, ma soprattutto è abbastanza semplice da essere imparata e capita da tutti o quasi tutti, quei bambini.

E lo stesso per la legge Scout, nei confronti di ragazzi che stanno passando dall’essere bambini all’essere adulti.

Probabilmente, alla base di una comunità di milioni di persone provenienti da storie diverse, che in qualche modo si intrecciano su questa penisola allungata in mezzo al mar Mediterraneo, è necessaria una Legge ben più articolata.

Ma io penso che anche questa Legge, o almeno la Costituzione che sta alla base di tutte le leggi, debba essere semplice. Abbastanza semplice da far sì che tutti, con un po’ di sforzo, la possano capire.

Abbastanza semplice da poter essere letta, capita, fatta propria e amata come ciò che rende di noi un unico popolo. Abbastanza semplice da far sì che bravi insegnanti possano raccontarla, trasmetterla, lasciarla come testimone agli adulti di domani.

Almeno in certe sue parti, la nostra Costituzione è straordinaria in questo.

Le idee che stanno alla base dell’idea di Italia, e i suoi tratti fondamentali, stanno scritti in un libretto di meno di cento pagine, in caratteri grandi. In un linguaggio chiaro, senza fronzoli; un linguaggio che, per chi sa ascoltarlo, parla.

Parla di uomini che hanno visto la libertà sottratta dall’idea che la politica è una cosa complicata, una cosa che va lasciata ad altri, una cosa da tecnici; di uomini che hanno visto la guerra e hanno capito cosa è importante e cosa è superfluo; di uomini che si sono battuti per riconquistare quella libertà.

Di uomini che hanno voluto ricostruire l’Italia, cercando di mettere insieme storie e idee diverse, e cercando di consegnare ai figli un’Italia, una legge e una Costituzione che potesse essere condivisa e partecipata da tutti.

La Costituzione può essere cambiata, è stata cambiata e deve essere cambiata perché l’Italia cambia e gli italiani cambiano: non deve essere solo la Costituzione dei nostri nonni, deve essere la nostra Costituzione.

Ma credo che non debba perdere mai la sua semplicità, la possibilità di essere capita da tutti.

Quindi, penso che voterò no al referendum, prima di tutto per una questione di Stile.

Perché già leggere il titolo V della Costituzione, modificato dalla riforma del 2001, è un pugno in un occhio: dal linguaggio chiaro e lineare della Costituzione si passa ad un contorto burocratese pieno di giri di parole, tecnicismi e rinvii ad altri commi e articoli…

Non voglio che questo si ripeta ancora, che il legislatore riempia di articoli complessi e contorti il resto della nostra Costituzione, pensando che tanto nessuno la leggerà, a parte gli addetti ai lavori.

Questa riforma porta alcune novità che condivido, molte che non condivido, ma soprattutto riscrive molti articoli con un linguaggio complesso, difficile da capire, pieno di rinvii al comma tal dei tali etc etc etc…

Io penso che l’Italia, prima di tutto, abbia bisogno di italiani che si riaffezionino alla politica, che amino il proprio paese e che sappiano collaborare; e per far questo c’è bisogno che conoscano, capiscano e condividano le sue leggi, e che partecipino al processo decisionale.

Che, citando i discorsi conclusivi dell’Assemblea Costituente, possano dire “questa Costituzione è mia, perché l’ho discussa e vi ho messo qualcosa”.

E dunque la prima urgenza è quella di semplificare le nostre leggi, non renderle più complicate!

Questa riforma vuole togliere il bicameralismo perfetto.
Ma è davvero una necessità così grande?

Non è più urgente sciogliere una burocrazia amministrativa che paralizza il paese? Sbrogliare il groviglio della giustizia per far sì che combatta efficacemente la criminalità?

Vogliamo davvero, in nome della rapidità nell’emanare le leggi, sacrificare la garanzia che ci da il passaggio del testo dalla Camera che l’ha scritto ad un’altra che lo possa leggere in maniera più distaccata?

Io non sono così convinto.

E, anche ammesso che vogliamo farlo, almeno facciamolo per bene!

Togliamo del tutto una delle due Camere!

Quello proposto dalla riforma è un bicameralismo a metà: le leggi fanno avanti e indietro comunque, ma per alcune il Senato conta come il due di picche. Dice la sua, ma tanto lo si può anche non ascoltare.

C’è, richiede tempo, risorse e soprattutto richiede articoli ed articoli per essere definito e regolato.

E richiede sforzo agli italiani per essere compreso.

E tutto questo per un potere inferiore a quello che ha adesso?

No, io non sono d’accordo con questa riforma.

Ma sono contento di andare a votare, e spero che saremo in tanti: perché potremo dire che, almeno con un voto, su quella Costituzione ci siamo anche noi. Sarà anche nostra.