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Pioggia
Sarà che ogni tanto le previsioni ci azzeccano.
Sarà che la prima canzone che abbiamo cantato era “In un giorno di pioggia”.
Sarà perché bagnato fa rima con fortunato (ma anche con _s_fortunato).
Fatto sta che più acqua di così l’ho presa poche volte. Il Challenge era una di queste.
In realtà, siamo partiti da Parma mercoledì mattina con il sole, e siamo tornati a Parma ieri pomeriggio con il sole: è stato tutto il sole che abbiamo visto in tre giorni.
Già ad Auronzo, durante una sosta ufficialmente di un quarto d’ora (che è poi diventata di mezz’ora, con mezzo pranzo allegato) a darci il benvenuto nel Cadore è stata una simpatica pioggerellina. Era gentile però: fine fine, non voleva spaventarci troppo evidentemente.
Si è riproposta, un po’ più decisa, un paio d’ore dopo, ma non ha potuto fermare lui, il Boss, l’Onniscente mente botanica dell’Università di Parma, il prof. Marcello Tomaselli, dal declamare il nome di ogni singolo fiorelllino della foresta di Somadida. Ma grazie a lui, ora, anche gli studenti del secondo anno di Scienze Ambientali, del terzo di Biologia Ecologica e del primo di Conservazione della natura sanno che la Cypripedium calceolus, anche detta Scarpetta della Madonna (la Madonna lascia in giro tante cose nei prati italiani!) è la più bella orchidea spontanea d’Italia. E saranno pronti a portarsene via una la prossima volta che la troveranno.
Se poi abbia continuato a cadere tutta la notte, la pioggia, non lo so. Sinceramente, suonando e cantando i Modena o l’Alleluia delle lampadine al caldo dell’albergo, non me ne poteva importare di meno. So solo che il mattino dopo, in Val Visdende, ha voluto darci una tregua. Abbiamo addirittura visto squarci di cielo azzurro: quasi quasi non credevamo ai nostri occhi.
Devo dire che le possibilità didattiche non mancavano, anzi, c’era davvero l’imbarazzo della scelta di quale posizione tenere nel serpentone umano (di una lunghezza variabile a seconda della pendenza della strada e della quantità di specie vegetali davanti alle quali fermarsi): se di fianco al “forestale grosso”, vera miniera di scienza boscaiola condita con un pizzico di campanilismo montanaro; o insieme alla giovane forestale bionda nonché campionessa di ski-roller e di cucina con le erbe di montagna, o più in fondo, al seguito di Tomaselli (in questo caso si consiglia block notes, penna e mano svelta).
Essendo tutti universitari, grandi e vaccinati contro il buon senso, la meta della camminata era lasciata grosso modo a discrezione individuale, così che una metà del gruppo, dopo la seconda sosta, decise di aver visto abbastanza montagna e di aver voglia del caro vecchio pullman, mentre gli impavidi restanti affrontarono una difficilissima salita di addirittura una cinquantina di metri di dislivello per - forse - mezzo chilometro di lunghezza fino alla rinomatissima e universalmente conosciuta Malga Campobon, sede di un bivacco dotato di ogni moderna comodità, come stufa a legna, tavolo e panche. La visita (auto)guidata al bivacco durò poco, dato che tregua idrica cessò rapidamente, e il cielo iniziò allegramente la sua opera di innaffiamento.
Devo ammettere, però, di dover ringraziare la pioggia. I pantavento infangati, la Marmot grondante, i guanti fradici, sono ben poco prezzo per un’ora passata a camminare sotto la pioggia cantando De André, i cartoni animati e i bans della scuola materna!
Naturalmente il tornare ogni pomeriggio in un albergo riscaldato e dotato di doccia aiuta molto a sopportare il maltempo. Aiuta ancora di più se è dotato di una vasta cantina e di un sommelier desideroso di far conoscere i suoi gioielli agli ospiti. Credo che la gentilezza del sommelier sia stata ripagata, perché quella sera ho visto molte carte dei vini girare per i tavoli…
Venerdì era il giorno del ritorno, e naturalmente la pioggia non poteva non salutarci vivacemente, mandando a monte la visita per la quale un laureando si era fatto la gita insieme a 4 professori e a gente sconosciuta, e regalandoci un giro turistico alle torbiere (leggasi “Indiana Jones nelle paludi della morte”) con tanto di sperimentazione in prima persona di che cosa significa essere uno sfagno (che, per chi non lo sapesse, non è una scrittura errata di “stagno”, ma come affinità idrica ci assomiglia molto).
Ora stacco, tra otto ore mi aspetta una bella camminata in montagna. Le previsioni mettono pioggia, naturalmente.
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"Non è qui, è risorto, e vi precede in Galilea!"
E’ come “sono tornato a casa”, e vi aspetto là.
E’ la risposta alla domanda:
“Could we start again, please?”Ed è un sì.
Uno di quei sì sorridenti che ti fanno scoppiare in lacrime di gioia.Dopo la grande avventura, le sfide, le lotte, le paure, e lo stupore per un lieto fine inaspettato, si torna a casa.
Lui è già là: in quel posticino di provincia dove tutto è cominciato. Potrebbe essere Gavazzo, Sasso, il lago Acuto.E una volta ritrovati tutti insieme, mangiato e bevuto ricordando tutto ciò che è passato,
si riparte: incomincia una nuova avventura. -
Ragazzi al centro
Mettere al centro il ragazzo significa lasciare che sia lui a decidere il momento migliore per impadronirsi delle briglie (e a quel punto lasciargliele), invece che obbligarlo a ingurgitare l’amaro calice del potere quando non se la sente.
Penso a quelle situazioni in cui un capo dice, magari a un noviziato: “Ecco, ora tocca a voi. Siete padroni del programma. Scegliete cosa fare quest’anno…”. E trascorsi alcuni minuti, davanti al loro imbarazzato e prolungato silenzio, gli vibra la mascella e comincia a inveire: “Ma come. Ora che potete fare cosa volete, non sapete cosa fare?”.Fabio Geda - Proposta educativa 1/2008
Ecco, è quello che non ho mai trovato le parole per dire in Clan.
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Fragolina di bosco
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Neve d'agosto
Racconti d’Estate - Parte III - Giorno 5 (e mezzo)
Quel 2 agosto 2007, per quei sedici ometti accampati dietro la cappellina del passo Giau, cominciò tutto sommato come ci si aspetterebbe che cominci un normale giorno di route: suono di numerose sveglie prima che qualcuno di decida a uscire dal sacco a pelo, viaggio alla fontana (anzi, alle fontane, vista la quantità di casette fontana-munite nelle immediate vicinanze) per spettegolare dei pettegolezzi della notte e far vedere quanto siamo machi a lavarci con l’acqua gelata nell’aria gelata di una mattina dolomitica; a seguire poi colazione (preparata e gustata con la doverosa flemma di chi ancora si deve svegliare del tutto), e infine smontaggio tende (magari sulla testa di chi non è ancora arrivato alla decisione di uscire dal sacco a pelo).
Ci rendemmo conto, però, che quella non sarebbe stata esattamente una normale giornata di route (come se ne esistessero…), quando raccogliendo gli svariati oggetti dimenticati qua è la, qualcuno si accorse che uno di questi era il nostro CapoClan, vestito come per una spedizione al polo, che si rifugiava dal sole nella sottile fetta d’ombra proiettata dalla cappellina. Con la grande esperienza medica di un affermato perito chimico, gli massacrai il collo nel tentativo di controllare che il cuore facesse il suo dovere, e sentenziai infine (dopo aver desistito nella ricerca della carotide e preso i battiti al polso) che 90 battiti al minuto non erano certo una cosa di cui preoccuparsi. Dopotutto io avevo spesso e volentieri superato i 100, senza per questo essere passato a miglior vita, no?
Ma le mie rassicurazioni non devono essere state una cura efficace, perché il paziente continuava a manifestare incapacità di compiere grandi sforzi (come quello di alzarsi in piedi) o di esporsi ad estreme condizioni ambientali (come la luce solare). Nonostante tutto, rimaneva sempre il nostro CapoClan, e un CapoClan non perde mai la sua autorità: constatato che non era consigliabile mettere alla prova l’invincibilità scout proseguendo la route con il resto del Clan, prese in mano la situazione (ovvero il cellulare) e dopo un’accesa diatriba convinse quelli del 118 che non c’era bisogno dell’elicottero ma bastava un’ambulanza.
L’ambulanza arrivò, guidata da un autista che spense il motore numerose volte nel parcheggio del rifugio, e un infermiere che soffriva il mal d’auto, si infilò nella stradina sterrata che portava verso il nostro accampamento, e caricò il Dani, in qualità di paziente principale, Dede, in qualità di paziente imbucato (il suo stomaco continuava ad essere in sciopero, e non avrebbe certo rifiutato un passaggio gratis all’ospedale), e la Saretta in qualità di CapaClan per Dede, di antinausea per l’infermiere con il mal d’auto, e di infermiera per lo Zivi data l’oggettivo ostacolo all’efficienza del suddetto infermiere.
Sempre la Saretta, in quei concitati istanti di caricamento dell’ambulanza, fece appena in tempo a mollarmi 400 euri e gridarmi un «Prendete il pullman per Cortinaaa!!» (che è un po’ la versione moderna di «Fuggite, sciocchi!»), prima che l’ambulanza si lanciasse nella sua nauseante corsa giù lungo gli innumerevoli tornanti della Val Codalunga.Fu così che ci trovammo soli, abbandonati dai nostri capiclan, sperduti in mezzo alle montagne - beh, oddio, se si può dire di essere sperduti in un parcheggio su una strada che gareggia con l’A1 in fatto di traffico - e, guarda un po’, in 13.
Un po’ sperando di negare questa curiosa evidenza, un po’ per la tensione che porta ad essere fin troppo prudenti, continuavamo a contarci e ricontarci, fino all’arrivo della corriera, e dei cancheri dell’autista non troppo contento di trovarci, da bravi italiani, ad aspettarlo nel bel mezzo di un tornante.
Per fortuna l’autista era di quella rara specie di autisti simpatici, che ti perdonano subito e, addirittura, se hai una chitarra ti esortano anche a cantare, per rendere un po’ meno monotona la tratta che percorrono tutti i santi giorni dell’anno. Noi la chitarra l’avevamo, e anche tanta voglia di cantare: credo di aver sentito di rado il clan cantare con così tanto entusiasmo, per poi piombare in un assoluto silenzio fremente di tensione ogni volta che un cellulare squillava, e infine unico, lungo sospiro di sollievo alla notizia che, almeno, i due ricoverati erano ancora in grado di intendere e di volere.Il nostro CapoClan, che nonostante tutto rimaneva il CapoClan anche dal letto dell’ospedale, esercitando le sue funzioni a distanza ci comunicò quello che sarebbe stato saggio fare: e cioè proseguire la route, ma saltando una tappa e anticipando l’ultima notte (quella in rifugio) di un giorno, ovvero quella sera stessa. Arrivammo così a Cortina d’Ampezzo, la capitale delle vacanze snob, circondata dalle montagne più fotografate d’Italia e immersa nello smog e nel traffico di una metropoli, e da bravi scout ci piazzammo a bivaccare nel primo parco giochi che ci capitò davanti, a discutere sul da farsi.
Non è mai stato facile discutere sul da farsi, nel nostro Clan. Non lo è mai stato nei lunghi mesi prima delle routes, nella comodità cittadina; non sarebbe certo migliorata la situazione in un parchetto di Cortina, spossati dalle notti in tenda e dallo stress delle ultime ore, e con pochissimo tempo per decidere se prendere la corriera che di lì a poco sarebbe partita per il Falzarego, o quella che ci avrebbe portati verso Parma. Aggiungeteci il rifugio che, nel caso, avremmo dovuto chiamare per anticipare la prenotazione, i soldi che nessuno sapeva se sarebbero bastati o no, l’ultima tappa che avremmo dovuto scegliere se fare a piedi o in funivia, l’alieno che si era stabilito nella fronte della Gio, e potete ben immaginare il caos che regnava sovrano.
Chissà come sarebbe andata a finire se Simo, superato il limite della sopportazione, non si fosse alzato davanti a tutti esclamando «Basta! Dichiaro qui la fine della route! La fine dell’essenzialità!». Non era davanti alle porte di Moria e non aveva detto «Mellon!», ma l’effetto non fu da meno: di colpo un senso di libertà avvolse tutti, e come quando nei cartoni, dopo che supereoe sconfigge il supercattivo, anche la vecchina ritrova la sua gattina Fuffy, riuscimmo ad incastrare tutte le cose - la notte al rifugio fu anticipata, i 900 euri di spesa preventivati per il resto della route vennero trovati (frugando in tutti i portafogli di chi non era stato così ligio all’essenzialità da non portarne), fu presa la corriera per il Falzarego e la funivia per il Lagazuoi.
Lassù, su quella spiaggia di pietra a 2700 metri su un mare di cielo, forse un po’ per l’aria rarefatta, forse un po’ per il senso di sollievo che viene dal sapere che non ti rimane più niente da dover decidere, non camminavamo nemmeno, saltavamo, correvamo, e i nostri angeli custodi avranno chiesto non so quali aumenti al Boss per essere riusciti a non far cadere nessuno dall’orlo del baratro.
Davanti ad una calda cena annaffiata con rosso e amaro Lagazuoi, con le cime rosso fuoco nella luce serale proprio di là dal vetro delle finestre, dopo aver fatto i turisti nei tunnel della Grande Guerra e essersi lavati e scaldati tra le rassicuranti mura del rifugio, non potevamo che ridere di tutto, e in sopra tutto del Dani e di Dede a cui dovevano aver scambiato le cartelle cliniche, dato che il primo, che sembrava aver infilato un piede nella fossa, era stato dimesso, e il secondo per un banale mal di pancia gli era stata appioppata una flebo…Il risveglio ci portò a gustarci un cappuccino guardando la neve turbinare fuori dalla finestra (il 3 agosto), e dopo qualche partita a carte - dopo una route senza carte causa essenzialità, il mazzo del rifugio fu una vera benedizione - ci imbarcammo, insieme a un gruppo di alpini, sulla prima corsa della funivia, giù verso il passo Falzarego. E lì, stretti su quel vagone appeso a un filo che scompariva nelle nuvole davanti e dietro di noi, con la neve e il vento che fischiava contro le pareti di vetro, cantanto “Al chiaror del mattin” con le nostre voci stonate insieme a quelle potenti degli alpini, terminò la nostra route.
…no, non cadde la funivia, per fortuna.
Credo che anche Signora Sfiga si stesse godendo un cappucino, tra una risata e una briscola insieme alla Dea Bendata. -
I ragazzi del tornante 19
Racconti d’Estate - Parte III - Giorno 4
Il 1° Agosto 2007 era l’Alba del Centenario degli scout: esattamente cento anni prima Baden-Powell inaugurava sull’isola di Brown Sea il primo Campo Scout.
Quel primo Agosto 2007, ovunque, nel mondo, gli scout si ritrovavano per celebrare quel momento: migliaia di scout di tutte le nazioni, al Jamboree, rinnovavano insieme la loro promessa; a Brownsea, lì sulla stessa isola di cento anni prima, altri scout commemoravano l’evento; a Roma, a Città del Messico, ad Atalanta, a Rio de Janeiro, sul Monte Kenya, a Hong Kong, sul Monte Fuji, a Sidney e in centinaia di altre città del mondo si tenevano grandi celebrazioni.Anche nella piazzola-parcheggio di qualche ruspetta arugginita di una carraia forestale, nella stretta val Codalunga, poco sopra a Selva di Cadore, una quindicina di ometti in camicia blu (anzi maglione blu, viste le temperature), secondo un fuso orario tutto loro (dovuto alla dilatazione temporale conosciuta come effetto sveglia), e sotto gli occhi incuriositi di un operaio che armeggiava con un carretto a motore, celebravano la loro Alba del Centenario.
Ed è così che cominciava la nostra quarta giornata di route. Giornata che avrebbe segnato (più o meno letteralmente) diversi di noi, oltre che segnare una decisa svolta nel corso degli eventi.
La prima ad essere segnata fu la Gio. Non sappiamo tutt’ora a cosa fosse dovuto, chi tende a minimizzare sostiene un eccesso di sole, altri un eccesso di cremine che avrebbero reagito a vicenda con conseguenze disastrose, ma c’era anche spazio per l’ipotesi Alien o parassiti di qualche genere; fatto sta che, se non sbaglio già dal mattino, si ritrovò con una fronte che faceva a gara col mio bernoccolo del torneo di pallascout.
Ma dato che questa escrescenza cefalica non le limitava né le capacità motorie né (anzi, la potenziava) la capacità di lamentarsi (e tutti sanno che una camminata senza le lamentele della Gio non è una vera camminata), ci incamminammo per quella che, pur se divisa in due tratti dalla pausa pranzo, si prospettava come la salita più dura della route.
Tanti tornanti e tanto sudore dopo, ci giunse la notizia che non ci saremmo nemmeno potuti concedere la pausa pranzo: la corriera che risparmiava quella faticata a Dede e Simo si era dimenticata di lasciarli a metà strada ma li aveva scaricati direttamente alla meta finale della giornata. Pace, ci tenemmo la fame e la sete e continuammo a salire.Naturalmente cercavamo di evitare di farci tutto il percorso sulla strada asfaltata con le moto che ci sfrecciavano di fianco: quando era possibile, tagliavamo per sentieri, più o meno battuti. Come quando per evitare un tornate ci siamo arrampicati su una parete di erba infangata, e quando finalmente, tra un impropero e l’altro, tutti sono arrivati in cima alla salita, ci siamo accorti di aver saltato proprio il tornante con la fontana.
Quella era una di quelle salite che “fanno selezione”: infatti Dede e Simo, appostati nello stretto spazio dell’interno del diciannovesimo tornante della strada per il Passo Giau, quasi del tutto occupato da un casolare in semi-abbandono, ma con il grande pregio di avere una fontana, si sono visti arrivare man mano un camminatore,
poi altri due,
poi un ciclista che non centrava niente ma ogni tanto batteva un cinque a qualcuno,
poi un altro e via così.
E man mano che si arrivava si buttava lo zaino sull’erba e ci si lasciava trascinare dal peso. Per poi spostare tutto all’ombra dopo un minuto e venti secondi, quando il sole cominciava a essere un interlocutore scomodo.
Alla fine per fortuna sono arrivati tutti sani e salvi. Oddio, non esattamente. Salvi, sì, ma non tutti troppo sani: il Dani - si, proprio il nostro supremo Capo Clan già Signore dei Novizi - reduce da una congestione il giorno prima della route, cominciava ad accusare l’aver sostituito i quattro giorni di riposo prescrittigli dai medici con quattro giorni di route.
Probabilmente, nelle sue condizioni, dopo una salita del genere sotto un sole che cuoceva le uova nei nidi, viaggiava da un’allucinazione all’altra senza passare dal via; ma lui era il Capo Clan e non avrebbe certo mollato per una sciocchezuola del genere.
In effetti, amorosamente accudito dalla fidanzata sui prati fioriti in mezzo alle montagne più belle del mondo, magari uno ci prova a stare bene prima di dire “torniamo a casa”.
Dopo un pranzo che avrà avuto un impatto ambientale vertiginoso su quel povero fazzoletto di terra e quella povera fontana che si è bevuta tutti i nostri residui organici, ci siamo ammassati in quei 2 mq d’ombra, preparandoci a passare il pomeriggio a guardare i motociclisti passare:
arriva una moto, ci guarda, passa.
Arriva una moto, ci guarda, passa.
Arriva una moto, ci guarda, passa.
Arriva una moto, ci guarda, cade.
Il motociclista si alza, si riprende dalla botta, si rimette in sella e riparte.
Arriva una moto, ci guarda, passa.
…
…
E via dicendo.
Credo che Sorby le abbia anche contate. Ricordo qualcosa come un trecento e passa, verso metà pomeriggio.Sei ore di nullafacenza davanti al cartello “19° tornante” sono state sufficienti per farci venire in mente (almeno ai più svegli) che quello non era un luogo troppo idoneo ad accogliere le nostre tende, così una spedizione partì per individuare un qualche straccio di terreno abbastanza piano e abbastanza largo da permetterci di non chiedere una antieconomica ospitalità al rifugio. La scelta cadde sulla piazzola dietro ad una cappellina nei prati sotto all’Averau, che aveva alcune indispensabili caratteristiche: era ampio appena a sufficienza da farci stare tutte le tende, era circondato da casette ognuna con la sua fontana, ed una siepe tattica lo nascondeva dalla vista del rifugio.
Il trasferimento di armi e bagagli dovette però essere rimandato a sera, causa pattuglia della forestale che decise di farsi un giro da quelle parti proprio quel pomeriggio.Accertato che la jeep verde mimetico non fosse più in zona, abbiamo finalmente abbandonato il tornate 19, ormai scolpito nella nostra memoria, per piantare le tende sul comodo cemento e ghiaietto delle fondamenta della cappellina. E lì venne segnata la terza persona della giornata: Dede, a cui evidentemente non bastava un ginocchio fuori uso, si ritrovò con lo stomaco in sciopero. E uno stomaco in sciopero magari nel calduccio della casetta di città non è nulla, ma in una tenda a 2000 metri, dopo una giornata sotto il sole, e al freddo della notte dolomitica, non è esattamente il benvenuto.
Il Capoclan, visti due membri del Clan in quelle condizioni, e visto che uno dei due membri era proprio il Capoclan, decise che un riposo prolungato sarebbe stato più adatto alle circostanze di un fuoco serale, così i malati e l’infermiera di turno (la Saretta nonché CapaClan) si infilarono nei sacchi a pelo, mentre il resto del Clan rimaneva a far baracca raggomitolati nell’ingresso della cappellina, a terrorizzarsi per ogni coppia di fari sulla strada, chiedendosi se era quella la pattuglia di forestali che avrebbero posto fine alla nostra avventura. Per fortuna ci pensava il Carcio a tranquillizzare tutti, assicurando che avrebbe risolto la cosa con la sua infallibile scenata napoletana o, se il caso era grave, chiamando Zia Conci che sarebbe arrivata in elicottero in men che non si dica e avrebbe fatto vedere le stelle ai malcapitati forestali.
E così terminò la quarta giornata di route, attorno a una cappellina nei prati del passo Giau, tra l’Averau e il Nuvolao (mio padre sostiene si tratti di un’antica colonia sarda sulle Dolomiti).
Riusciranno i nostri eroi a tornare a Parma sani e salvi; o almeno salvi se proprio sani non si può?
La risposta alla prossima puntata! -
Giù nella Val Fiorentina
Riprendo, dopo una mezza era geologica, il racconto della route.
Riuscirò mai a finirlo?Racconti d’Estate - Parte III - Giorno 3
E’ vero che gli scout sono notoriamente degli zozzoni che si accontentano di poco, e che in route tutto ciò è portato all’estremo, ma anche in queste situazioni di solito la mattina ci si fa un the o un caffé, e ci si lava i denti, come minimo.
Considerato che eravamo in ristrettezze idriche, potevamo anche accontentarci di non lavarci i denti, ma di sicuro nessuno mi avrebbe tolto la mia razione liquida mattutina. Così mi sono diretto al rifugio/albergo/ristorante con due bottigliette, sicuro che almeno un paio di borracce me le avrebbero fatte riempire in bagno. Invece, mi hanno detto di andare ad una sorgente una cinquantina di metri dietro al prato dove ci eravamo messi.
Non so se ero più sconvolto dal fatto che non mi avessero fatto riempire le bottiglie o che avessimo avuto tutto il tempo una sorgente dietro le spalle e nessuno ce l’avesse detto. Ma tutto è bene quel che finisce bene, e almeno la mattina non abbiamo dovuto razionare l’acqua.Ora, dovete sapere che in route c’è un antichissimo rito della partenza mattuttina, che deve essere sempre rigorosamente rispettato: ogni volta ci si deve porre l’obiettivo fondamentale di partire presto, e si elencano tutte le innumerevoli ragioni per cui ciò non è solo consigliato ma anzi indispensabile, e rigorosamente, ogni volta, si deve partire sempre non mezz’ora, ma almeno un’ora o due oltre l’orario prefissato, accompagnando il tutto da un coro di improperi diretti verso coloro che stanno espletando il loro compito di rallentatori del clan.
Concluso anche quella mattina il rito, ci siamo diretti (lasciando Dede in compagnia di Simo il cui ginocchio non aveva apprezzato la camminata del giorno prima) verso l’imbocco del sentiero che quel giorno avrebbe dovuto sopportare i nostri scarponi.
Vi ricordate che nel racconto della giornata precedente avevo detto che, andando in cerca di acqua, per evitare un tornante ci eravamo lanciati lungo una scarpata spaccaginocchia? Bene, l’imbocco del sentiero era proprio su quel tornante, e proprio all’imbocco del sentiero scoprimmo quella mattina una zampillante fontana.
Avevamo passato 24 ore a razionare l’acqua quando eravamo circondati da fonti d’acqua potabile, e nessuno ce l’aveva detto.Stufo di dover essere sempre io il cartografo autonominato di clan, ho deciso di affidare per quella giornata questo arduo compito alla Cami. Non l’avessi mai fatto: non aveva ancora preso in mano la cartina che già fiumi di critiche sulla sua incapacità di guidare il Clan (per il solo fatto che fosse una donna, credo) le piovevano addosso da ogni parte… Mah, così va il mondo… Mai prendersi un incarico per molto tempo, o si rischia di non toglierselo più di dosso…
Quel terzo giorno era anche la giornata dedicata agli zingari, e l’attività fondante consisteva nel rubarsi le cose a vicenda: ognuno DOVEVA sottrarre qualcosa ad un prescelto, ignaro compagno di strada. Immaginate quanta fiducia avremo risposto quel giorno negli altri. Da parte mia ho dimostrato la mia grande affidabilità, semplicemente esibendo la mia totale inettitudine nel furto.
Così, tra una sgraffignata e l’altra, siamo discesi lungo ripide piste da sci fin giù a Pescul nella Val Fiorentina, dove da bravi scout in route ci siamo accampati (sinonimo di stravaccati) proprio di fianco alla fontana del paese, sfruttandola come fontana (appunto), come vasca da bagno, come doccia, come lavapiatti e come lavatrice. Una gentilissima coppia della casa di fronte, non so se impietosita dal nostro fare da sfollati, o preoccupata per la tranquillità dei vicini, ci ha caldamente invitato a spostare il nostro accampamento nel loro cortile. Quando abbiamo realizzato che stavano VERAMENTE invitandoci nel loro cortile, abbiamo accettato la cosa con grande gioia, e riempito ogni centimetro quadrato con zaini, moduli, fornellini, pentolini, buste, moke, carte e tutto quello che si può trovare nel posto dove un clan sta effettuando una breve pausa pranzo durante il cammino.
Terminato il pranzo (arricchito anche da gustose pietanze montanare calateci dal balcone dei nostri ospiti), e dopo la sovrabbondante siesta rituale, abbiamo lasciato i due non camminanti a sdebitarsi con gli ospiti spaccando un po’ di legna, e siamo ripartiti alla volta di Selva di Cadore.
Tutti sanno che camminare con lo zaino stanca (almeno un po’), e che a far nulla per ore viene la fiacca. Quel giorno abbiamo imparato che l’alternanza di cammino e nullafacenza è veramente mortale. Credo di non essere mai entrato in un supermercato in condizioni peggiori, rispetto a quel giorno a Selva. Mi sentivo come se, mezzo addormentato, comandassi il mio corpo da una remotissima postazione, collegata con una connessione che andava e veniva come un segnale radio disturbato. Forse anche per quello è stata la route in cui ho speso di più per il cibo.A Selva di Cadore ci trovammo di fronte ad un problema piuttosto scomodo: nessuno si era preoccupato di trovare un posto per la quella notte.
E in un paese costruito sulle pendici di quei colossi che molto più in alto diventano l’Averau e il Nuvolao, gli unici piccoli pezzetti di terreno abbastanza spiani da accogliere delle tende erano tutti giardinetti privati.
In quel frangente, è venuta in nostro soccorso l’esperienza e l’abilità in pubbliche relazioni del nostro Capoclan, che ha individuato, ammansito e convinto il prete del posto a indicarci un luogo non troppo improponibile per passare la notte: il bordo di una strada sterrata appena sopra al paese, raggiungibile scalando (sì, questo è il verbo migliore) un sentiero la cui pendenza lo rendeva assimilabile alle pareti dei normali edifici.Grazie al nostro spirito di adattamento siamo riusciti a montare (anzi appoggiare, causa terreno decisamente impenetrabile) le tende sulla sottile striscia d’erba che separava la carraia dal bordo del bosco (e dalla tomba di una probabile cagnolina, il cui fantasma per fortuna o per pietà non ha disturbato il nostro sonno), e fare le attività, cucinare, cenare e fare il fuoco tutto su quel metro e mezzo di strada sterrata che avevamo a disposizione. Anche recuperare l’acqua per bere, lavare e lavarsi necessitava di abbondante spirito di adattamento, visto che la fontana di cui disponevamo consisteva in un tubo incrostato di alghe che versava in una vasca immersa nell’erba alta, proprio sul fondo della scarpata erbosa al lato della strada, e per usufrine bisognava stare in equilibrio sullo stretto, bagnato bordo della vasca ricoperto di muschio (tutto il resto era una giungla che poteva nascondere chissà quali orribili minacce).
Ma, si sa, le difficoltà fortificano, e infatti quella serata, animata da una mega gara per nominare l’Uomo e la Donna delle Dolomiti, gara durante la quale nacquero miti intramontabili come JURASSIC PARK, la Pamelona e il velociraptor, fu una serata decisamente esilarante, e alla fine ci infilammo nei nostri giacigli soddisfati. Anche di aver scampato al passaggio di una pattuglia della forestale dalla quale ci ha salvato la promessa solenne che non avremmo più campeggiato. Lì.
Curiosamente, pur avendo tre macchine fotografiche (e vi ricordo le peripezie fatte per averle tutte e tre), sono riuscito a recuperate una sola foto della giornata, decisamente significativa direi:
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La Staulanza ...
**(…è una danza che si balla nella latitanza…)
Racconti d’Estate - Parte III - Giorno 2**
Riprendo il racconto dei nostro clan in route di ‘‘sopravvivenza’’ da dove l’avevo lasciato: a dormire nel campeggio di Palafavera.Non è che ricordi molto della mattina, probabilmente perché appena svegli, nell’aria gelata, con la colazione da preparare, gli zaini da fare e le tende da smontare, almeno il cervello chiede di essere lasciato un po’ in pace.
I neuroni della memoria hanno ricominciato a funzionare appena usciti dal campeggio, in ricordo del quale ci siamo approppriati di grandi quantità di simpatici adesivi della civetta-mascotte della valle. Quel giorno avevamo una tappa tutto sommato breve, in teoria, ma ammetto che mi sono preoccupato un po’ alle esclamazioni di “Oddio, lassù? No, ma è troppo lontano!” riferite al luogo scelto per le lodi: una collinetta alta tre metri dall’altra parte della strada.
Visto che la teoria e la pratica raramente vanno d’amore e d’accordo, la tappa di quel giorno non fu troppo breve, sia perché il sentiero scelto seguiva grosso modo una linea retta verso la cima del Pelmo, sia perché a metà salita la Gio si accorge di essersi dimenticata come si fa a respirare.
Alla fine, merito anche di una lunga pausa che nessuno aveva intenzione di interrompere, siamo arrivati con un’ora di ritardo alla Staulanza, dove il povero Dede si girava i pollici da quando la corriera in una decina di minuti gli aveva risparmiato quelle poche centinaia di metri di dislivello che a noi erano costati tre ore e mezza.
Il primo problema da risolvere fu l’acqua: nonostante fossimo nella zona più piovosa d’Italia, nonostante fossimo davanti a un’importante strada di comunicazione, nel grande rifugio/albergo/ristorante Staulanza non avevano acqua da darci. Nemmeno per riempire due borracce da mezzo litro.
Così, mentre i capi riflettevano sull’opportunità di smuovere gli albergatori con l’odore del vile denaro, io, Simo e Dede (i due con il ginocchio fuori uso) ci siamo lanciati in una spedizione lungo una ripa spaccaginocchia alla ricerca di una fontana. La prima che trovammo era asciutta, la seconda era in una malga al cui padrone, da quello che ci ha fatto capire, avrebbe avuto tutti i migliori motivi per non farci bere, ma ci ha comunque lasciato fare, a patto che facessimo in silenzio e in fretta.

Peccato che la malga fosse almeno 50 metri di dislivello sotto al prato dove tutto il clan era spaparanzato, così dopo essere tornati a riferire abbiamo organizzato un efficace mezzo di trasporto acqua addobbando Popo con tutte le borracce del clan.Risolto il problema acqua, ci accorgemmo che, camminando solo la mattina, al pomeriggio non c’era nulla da fare. Ma proprio NULLA da fare. Per fortuna la noiosa routine tra prendere il sole e girarsi i pollici è stata spezzata da una scoperta che ci confortò anche solo come dimostrazione che non eravamo gli unici perennemente colpiti dalla sfiga: una coppia di turisti si erano accorti che la loro macchina si era chiusa, lasciando loro fuori e le chiavi dentro.
Erano riusciti ad aprire di qualche centimetro il finestrino davanti: non che servisse molto, visto che le chiavi erano nel baule. Da bravi scout, abbiamo cercato di dare una mano, anzi letteralmente infilare una mano per la loro causa, cercando di aprire la porta sbloccando il bottoncino che serve ad aprire le porte chiuse. Quella macchina però aveva un ottimo sistema antifurto: se si chiudeva, non si apriva nemmeno con i bottoncini che dovrebbero aprirla.
Stavamo per dare la partita come persa, quando il trio io Simo e Dede (mente, abilità e bella presenza) decise di lanciarsi in un’impresa tanto assurda quanto impossibile: “pescare” le chiavi, passando dalla fessura del finestrino davanti fino nel baule, con una canna improvvisata da un picchetto legato con lo scotch a un palo della tenda. Contro ogni previsione, ma d’altronde come ogni impresa impossibile e assurda, riuscì perfettamente.
Ci fruttò anche l’eterna gratitudine dei turisti e un pezzo di torta ai frutti di bosco, che venne divorata da tutto il clan in un tempo che si potrebbe misurare in una manciata di oscillazioni della radiazione dell’atomo di cesio.La sera, al momento di trovare posto per le nostre tende, dopo aver constatato l’irraggiungibilità delle caverne della prima guerra mondiale, decidemmo di non sforzare troppo le nostre gambe e ci spostammo di qualche decina di metri da dove ci eravamo spaparanzati a mezzogiorno, sfrattando qualche coppietta che si godeva la pace della montagna sui resti delle fortificazioni del passo.
Ah ecco, mi stavo quasi dimenticando l’attività-clue della giornata. Dovete sapere che, essendo il tema di quella giornata “i barboni”, e non contenti di aver già lasciato a casa tutto il lasciabile per via dell’essenzialità, la regola per la giornata era: si possono usare solo 15 oggetti, compresa la roba da mangiare e i vestiti indossati.
Peccato che, come per l’essenzialità, dopo qualche ora ci eravamo dimenticati del tutto dei quindici oggetti, e ce ne ricordammo solo al fuoco serale dove vennero puntati ad un grande, divertente, violento e improvvisato “casinò dei barboni”.Alla fine, anche la sera si concluse felicemente con una spontanea veglia alle stelle, alle nuvole passeggere e al freddo pinguino che tra un po’ ci assiderava.
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Viaggio allucinante
Racconti d’Estate - Parte III - Giorno I
Era il 29 luglio, la mattina di domenica 29 luglio, alla stazione di Parma, e finalmente partivamo.Già solo decidere quella route era stato un parto.
Primo problema: in teoria dovevamo fare un capitolo sulla sopravvivenza durante l’anno.
Peccato che Signora Sfiga, che sempre ci segue e ci accompagna, ci abbia messo lo zampino, e l’anno se ne sia andato nell’organizzazione di un torneo di pallascout e della tortafrtittata di gruppo.
Noi, testardi, abbiamo deciso di trasformare il capitolo nel tema della route.
Secondo problema: due ginocchia fuori uso. Quindi di un bel survival challenge non se ne poteva parlare.
Nemmeno un campo fisso, roba da reparto. All’inizio mi era sembrata una buona idea, ma col senno di poi ci saremmo suicidati di noia.
Una sera saltò fuori l’idea della canoa, e iniziò così un lungo, tormentato periodo fatto di riunioni passate a trovare tutti i problemi possibili per quel tipo di route, e alla fine di ogni riunione rendersi conto che era l’unica idea buona che avevamo. Fino a che non ci siamo accorti che tre settimane prima della route era un decisamente troppo tardi per decidere di fare una route in canoa.
Alla fine abbiamo ripiegato su una route di cammino leggera sulle Dolomiti, organizzata in modo che chi non camminava ci avrebbe seguito in pullman e impianti di risalita.
A quel punto è cominciata una nuova, infinita tiritera su come avremmo dovuto vivere la sopravvivenza: alla fine, fondamentalmente, ci sarebbe stata una lista di cose indispensabili da portare, e ognuno aveva un limitato numero di cosiddetti extra. Quali oggetti fossero indispensabili e quanti fossero gli extra, è stato lungamente oggetto di dibattito (è curioso quanto possano essere lunghe tre settimane…). Si andava da chi proponeva un extra, e non più di tre paia di mutande come indispensabili, a chi negli oggetti indispensabili inseriva numerose paia di scarpe o la itta della Gio (l’equivalente di quello che per un bambino è il pelouche con cui dorme).Così finalmente quella mattina, anche se nonostante l’essenzialità gli zaini pesavano più del solito, anche se c’era gente i cui extra non si contavano sulle dita di due mani, anche se io l’Anna e Sorby eravamo riusciti a spendere una cifra esorbitante per una altrettanto esorbitante quantità di cibo (sempre in tema di essenzialità…), e anche se l’Anna ci aveva tirato bidone all’ultimo minuto (lasciandoci quindi navigare nel cibo), beh, potevamo almeno dire che avevamo finito di organizzare la route.
Ah, che illusi.
Era preventivato che il viaggio fosse lungo.
Infatti fu ancora più lungo.
Sul primo treno, nulla di terribile. Cominciava a farsi sentire la mancanza delle carte (lasciate a casa per essenzialità), ma a parte quello tutto tranquillo, anzi abbiamo avuto occasione di intrattenerci in interessanti discussioni, rigorosamente vietate ai minori di 18 anni.
Persino a Bologna ci siamo meravigliati della fortuna di avere il treno successivo sulla stessa pensilina dove ci ha scaricati il primo.
Ma Signora Sfiga era sempre con noi, e ci ha fatto sentire il suo tocco non appena, a Padova, abbiamo cambiato di nuovo prendendo il treno per Longarone: la Fara aveva lasciato la macchina fotografica digitale, comprata il giorno prima, sul treno per Venezia. Subito dopo ci accorgiamo che la corriera che avremmo dovuto prendere una volta a Longarone passava solo nei giorni feriali. Ovviamente era domenica. Inoltre, non prendendo quella corriera avremmo anche perso la Messa, programmata nel paesino dove saremmo arrivati.Ma, si sa, lo scout sorride e canta anche nelle difficoltà, così abbiamo preso quelle notizie con qualche risata e, per la macchina fotografica, abbiamo avvertito un controllore che ha provveduto a contattare i suoi colleghi dell’altro treno.
Probabilmente quel giorno Signora Sfiga e la Dea Bendata hanno fatto a pugni, perché poco dopo è arrivata la risposta: avevano trovato la macchina, l’avrebbero caricata sul primo treno per Belluno.Così, per risolvere i nostri problemi e rispondere alle urla dei nostri stomaci, siamo scesi a Belluno, dove dopo un pranzo accampati nell’aiuola davanti alla stazione (dopo aver fatto scappare gli altri barboni che la occupavano) abbiamo mandato in esplorazione due prodi esploratori a cercare una messa compatibile con i nostri orari. Probabilmente la Dea Bendata e Signora Sfiga avevano raggiunto una tregua che prevedeva il recupero della macchina della Fara ma l’assenza di messe nelle chiese bellunesi prima delle sette di sera.
Noi fino alle sette di sera non potevamo aspettare, perché la corriera per Longarone partiva ben prima, così rinunciammo alla Messa. Tutto quello che successe nei giorni successivi (dei quali racconterò in futuro), molto probabilmente fu una punizione divina per questo atto blasfemo. O semplicemente fu Signora Sfiga che aveva gioco facile su un avversario cieco.
Una (per fortuna ultima) lunga pausa di cambio pullman a Longarone ci ha permesso di lanciare la route con la prima attività, un mini-deserto sparsi su una mega terrazza con vista sul Vajont (che fosse anche quello un minaccioso segno della Sfiga?). Poi, finalmente, l’ultimo, lungo tratto su una enorme corriera che si inerpicava sulla stretta stradina a strapiombo sulla Val di Zoldo, fino ad arrivare alla nostra destinazione, Palafavera.La prima cosa di cui ci siamo accorti scendendo dal pullman, è che pioveva. La seconda che nello zaino di Popo il detersivo era esploso e il formaggio si era stufato di rimanere allo stato solido.
Gli scout, si sa, sono anche economi (bel modo per dire tirchi), e pur di non pagare l’ingresso al campeggio abbiamo chiesto ospitalità a un vicino campo dell’Azione Cattolica. Devo aver sbagliato a presentarmi come scout, ma almeno il campeggio si è rivelato valere abbondantemente il suo prezzo.
Alla fine, dopo una lunghissima giornata di viaggio, abbiamo potuto cenare con un pasto caldo e scaldare i corpi e gli animi al fuoco di bivacco, terminato quando da una roulotte vicina si è levato un violento e sanguinario “BASTA!!! SONO LE UNDICI!!!”. Anche la grigia Signora ha voluto darci la buonanotte: il fornellino della Fara non accettava le bombole normali, ma solo bombole formato mignon, così una tripletta ha dovuto mendicare un fornello per la cena; inoltre l’Anna rimanendo a casa si era tenuta anche una delle tende di Clan: a pagarne le spese sono state le donne e, a turno, uno degli uomini, costretti a schiacciarsi come sardine in tende sottodimensionate.
[…il resto alla prossima puntata!]
[P.S. le immagini sono tutte scattate con la fatidica macchina!] -
Sole, rovi e vespe
Racconti d’estate - Parte II
E’ passato solo un mese e 4 giorni, ma mi sembra passato un anno da quella mattina del 23 agosto quando mi sono trovato là, davanti all’ingresso del San Leonardo, io, mia madre e il cannone, e nessun altro intorno. In anticipo, naturalmente.
Il senso di essere completamente fuori luogo si sciolse quando un’altra macchina si infilò nella stradina depositando il Carcio e il suo zaino. Almeno, se anche avessi sbagliato il posto, non sarei stato il solo.Dopo un quarto d’ora buono di attesa, scoprimmo che effettivamente avevamo sbagliato il posto, ma solo di un centinaio di metri: dall’altra parte della chiesa gli altri stavano cominciando ad ammassare fuori dal garage le montagne di materiale da caricare sui camioncini.
A proposito delle montagne di roba, man mano che le caricavamo sul furgoncino mi domandavo quanta cavolo di roba servisse per un campo. Non so se sono io che ricordo male, se è il PR2 che ha usanze diverse dal PR5, o se era perché non avevamo fatto nessun precampo, ma io non ricordo che ci fossero mai voluti un camioncino, un pick-up e un fuoristrada per portare su cibarie, tendame e casse varie (contando che non avevamo né un palo né un’asse, tutta roba che avremmo trovato là).
Quando, dopo aver finito tutto il caricaggio del furgoncino, dopo aver fissato tutti gli oggetti penzolanti con tecniche più o meno ortodosse, dopo aver legato tutto con accurati quanto improbabili giochi di corde, ci siamo accorti che c’erano ancora fuori una mezza dozzina di pianali che sarebbero dovuti essere caricati prima di tutto il resto, mi sono ‘improvvisamente accorto’ che il pullman stava per partire, e ho lasciato che fossero i rimasti a occuparsi di quella ‘piccola’ questione.Il viaggio, che si preannunciava lungo e massacrante, è invece filato liscio come l’olio, almeno fino a Tredozio. Lì abbiamo scoperto che la frazione di San Valentino, nostra meta, aveva la spiacevole caratteristica, oltre a non comparire nel navigatore satellitare dell’autista, di non essere raggiungibili da mezzi pesanti più di 2 tonnellate, o più lunghi di 9 m. E il pullman era una bestia di 11 metri e una dozzina di tonnellate.
Così ci siamo ritrovati come un branco di puffi deportati ad affollare la banchina della fermata dell’autobus appena fuori da Tredozio, a 7 km e tanto sole dalla nostra meta.
Curioso scherzo del caso, proprio in quel momento è passato un camioncino carico di pali che era, guarda caso, proprio del simpatico signore che stava venendo a portarci i pali per il campo. Il simpatico signore e io abbiamo intrattenuto una lunga e piacevole discussione sul fatto che lui era finalmente venuto lì, che aveva i pali, che voleva sapere chi era quella ragazza che l’aveva chiamato dicendo che lui avrebbe dovuto essere su alle 11 mentre lui era lì adesso all’una, che sì in effetti però prima aveva detto che sarebbe stato lì alle 11, ma che si era dimenticato, che potevamo caricare qualche zaino sul furgone, ma che voleva che qualche responsabile venisse su con lui, e che voleva che arrivasse la cassa perché senza soldi non si ragiona, eccetera eccetera eccetera.
Tutto questo fermi su un ponticello largo 10 cm più del camioncino. Almeno finché una macchina di passaggio non ci ha costretti a spostare la nostra chiacchierata qualche metro più avanti.Alla fine ho lasciato andare il Carcio in compagnia del simpatico signore, la Monia è rimasta sulla banchina a fare da guardiana agli zaini, e l’Ila, io e i ragazzi ci siamo incamminati sulla strada, destinazione San Valentino. Ed è così che abbiamo fatto conoscenza con la prima delle quasi onnipresenti ‘piaghe’ che ci avrebbero fatto compagnia durante il campo: il sole.
Dopo le prime curve in ripida salita, ci siamo accorti di non aver detto ai ragazzi di prendere su le borracce. Abbiamo liquidato la questione con un “va beh, tanto non dovrebbero servirci”.
Dopo un po’ abbiamo cominciato a chiederci se avremmo trovato una fontana.
Dopo un altro po’ mi sono lanciato in avanscopera per vedere se la fontana segnata sulla carta funzionava ancora…
…di ritorno dal sopralluogo, ai ragazzi non ho detto nulla per non provocare il panico.
Ad un certo punto, abbiamo deciso che, appena passavano le macchine a caricare gli zaini, gli avremmo chiesto di portarci dell’acqua.
Quando siamo arrivati alla prima casa, non abbiamo nemmeno fatto in tempo a dire “Bussate per chiedere se ci possono dare dell’acqua” che almeno una ventina di ragazzi erano già ammassati contro una fontanella nel giardino.
A quel punto, abbiamo deciso che non c’era nessun bisogno di proseguire a piedi, e abbiamo pazientemente atteso che i cambu ci venissero a prendere in macchina.Raggiunto il campo, dopo un primo tratto scarrozzati dalla neopatentata Martina con la sua Aygo ancora pulita, e un secondo entusiasmante rally sul cassone del furgoncino, con tanto di giro turistico per le ripidissime carraie dei monti faentini causa strada sbagliata, abbiamo incontrato la seconda terribile piaga: i rovi. Il campo era una lunga, larga salita al sole piena di rovi.
Il primo giorno è stato dedicato alla sistemazione dell’indispensabile per superare il primo giorno di campo, ovvero la cambusa, le tende e le amache, e a recuperare altri pali e assi dalla sede del gruppo scout di Modigliana. Io, in compagnia della sezione maschile della cambusa (il Gio e Rocco), ci siamo offerti volontari per la seconda missione. Era uno sporco, faticosissimo lavoro tirare fuori 40 assi di 4 metri e otto tronchi d’albero da uno stretto, polveroso magazzino pieno di qualsiasi cianfrusaglia, ma almeno ci ha permesso di berci due litri di Estathé a testa.
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Il secondo giorno è stato il giorno del vento.
Appena alzati, il cielo non prometteva nulla di buono, ma i lavori di allestimento del campo sono proceduti normalmente.
E’ stato alla fine dello spostamento della Montana dalla posizione provvisoria a quella definitiva che ci siamo accorti che il vento avrebbe potuto essere un problema, quando entrando dentro alla tenda montata ci si accorgeva dei pali che, sotto la forza della tenda che faceva da vela, avevano preso la forma dell’arco pronto a scoccare.
Mentre ci ingegnavamo su un sistema per riparare alla mancanza di quasi tutti gli elastici per legare la tenda alla paleria in modo decente, è arrivata la notizia della prima vittima: il sovrattelo delle Volpi non aveva retto alla furia del vento.
Giusto il tempo di raggiungere la cima della collina, dove stava l’angolo Volpi, constatare i danni e tornare giù, ed ecco che là, su quel balcone di terra affacciato sulla valle che è l’angolo dei Puma, si vede un grande aquilone verde svolazzante rincorso da diverse figure agitate intente a frenare il suo volo, accompagnando il tentativo con urla non troppo consoni a un bravo scout cortese. Seconda vittima del vento.
Vento che, ovviamente, dopo aver strappato due sovratteli e fatto spostare due angoli per ragioni di sicurezza, se n’è andato soddisfatto e non si è fatto più sentire per il resto del campo.In compenso, è arrivata, pian piano, la terza piaga: le vespe.
All’inizio erano pochissime. Una o due, ogni tanto.
Poi qualcuna deve aver dato la notizia, all’alveare, che su in cima alla collina c’era il paese dei balocchi. Ed è cominciata l’invasione.
In tenda materiale cominciava a formarsi la fila di ragazzi bisognosi di dopo-puntura all’ammoniaca: chi con una puntura, chi con due o tre, chi sembrava colpito dalla varicella.
La cambusa era protetta dalla trappola partorita dal genio di Rocco: un pozzo alla marmellata che mieteva ogni giorno decine di vittime.Ma tutto questo può considerarsi ordinaria amministrazione, in un campo di reparto.
Quello a cui non eravamo preparati, erala Casa del Terrore, ovvero “Non ditelo ai ragazzi!”
dovete sapere che, a un chilometro o due dal campo c’era, appunto, San Valentino, che consisteva semplicemente in una solitaria chiesa in mezzo al bosco con annessa canonica/casa scout. Questa casa era la nostra riserva di cibi deperibili (essendo dotata di frigo), e sarebbe poi stata la casa del branco, quando la settimana successiva ci avrebbero raggiunto anche i lupetti.
Vederla dall’esterno sembrava una normale, vecchia casa. Al massimo dava un’aria un po’ strana il giardinetto alberato davanti, dal cui terreno ogni tanto sbucava un vecchio selciato in pietra, e uno strano crocifisso che (dicono) ti si parava davanti appena giravi l’angolo (ma io l’angolo non l’ho mai girato, e il crocifisso non l’ho mai visto).
Le cose davvero inquietanti sono cominciate con la prima visita dei cambusieri all’interno della casa: una casa enorme, piena di stanze e di strani rumori, con una scala buia che scende a un vastissimo piano sotteraneo, con una falce appesa al muro, un forno a cui viene spontaneamente da aggiungere l’aggettivo “crematorio”, una porta ad arco sbarrata da un cancello di ferro con le punte, e dietro uno stanzone pieno di tronchi…
Ecco, in questo posto accogliente, si narra che il Gio e Rocco stavano leggendo ad alta voce una targa, posta nell’ingresso di fianco a una foto di gruppo con tanto di ragazza dalla faccia deformata, che raccontava di un gruppo di partigiani nascosti in questa casa, che rimasero qui a lungo finché i nazisti non li scovarono e li massacrarono, e concludeva con la frase lapidaria: “ma l’ombra del partigiano rimarrà per sempre in questa casa”.
Nel momento stesso in cui leggevano ad alta voce questa frase, un topo attraverò di corsa una stanza davanti alla Martina, lì di fianco a loro, che lanciò un urlo terrorizzato: il risultato è che in men che non si dica tutti e tre erano fuori dalla casa.La spirale del mistero naturalmente non si poteva fermare qua.
Durante i miei viaggi alla ricerca di un posticino ameno che potesse sopperire alla mancanza di una tenda nera, avevo scovato, proprio di fianco al nostro campo, un minuscolo, misterioso campo di grano in mezzo al bosco, affacciato su un dirupo, con dei rami staccati curiosamente messi di traverso tra gli alberi, un piccolo capanno mimetizzato con rami secchi, e tre croci di ferro che spuntavano in mezzo alle spighe.Mentre ipotizzavamo chi potesse essere seppellito in quell’inusuale cimitero, i nostri animi vennero scossi da un inspiegabile ritrovamento di un sacchetto con cibo putrescente in mezzo alla nostra riserva di cibo nella casa. Ci chiedevamo come diavolo potesse essere finito lì, visto che prima non c’era, nessuno di noi ce l’aveva messo e la casa era sempre chiusa a chiave.
Il culmine lo raggiungemmo la sera in cui tre squadriglie di un reparto accampato dall’altra parte della valle vennero nella nostra zona in hike. In teoria solo una squadriglia avrebbe dovuto fermarsi a dormire da noi: una si sarebbe fermata più avanti, e l’altra si sarebbe accampata… proprio davanti alla casa.
Tutto sembrava andare normalmente, quando, dopocena, vediamo arrivare dalla stradina che porta alla casa le ragazze, senza zaini, in lacrime. Si erano allontanate per un attimo lasciando gli zaini davanti alla casa, e al loro ritorno tutta li avevano trovati aperti e sparsi tutt’intorno.
A quel punto è stato il delirio. Ci siamo tenuti quasi seri appena il tempo di dire alla squadriglia che avrebbero dormito qua stanotte, e che i cambu avrebbero recuperato i loro zaini, poi anche la staff è andata completamente nel panico. La Franci che girava con le mani nei capelli, Miki e Fede che si muovevano sempre in coppia e armati, l’Ila che se non aveva sempre tutti a portata di vista andava in crisi, io che avevo tanta adrenalina nel sangue che ormai ero convintissimo di essere dotato di superpoteri.
In preda al delirio più totale, quei momenti in cui rotoli in terra dal ridere e dalla paura, abbiamo deciso che in realtà le ragazze di quella squadriglia erano fantasmi, i loro corpi erano sepolti giù nel cimitero del campo di grano, e che erano qui per assaltarci di notte e renderci tutti come loro.Capite bene che poi quella notte lì, dopo il fuoco, quando abbiamo visto due ragazze di quella sq aggirarsi in modo incomprensibile per il campo, muovendo una torcia senza una chiara logica, e adducendo come unica spiegazione che “una ragazza aveva mal di stomaco”, beh, non ci siamo sentiti troppo a nostro agio.
…
Come è andata a finire, non lo so.
Io e il Carcio ce ne siamo andati il 27, causa partenza per la route, dimenticandoci di lasciare al campo le fotocopie delle cartine per i ride dopo che l’originale era diventato introvabile. Comunque sia i ride gli hanno fatti, quindi in qualche modo ce l’hanno cavata.So solo che, più di una settimana dopo, addirittura dopo la route, siamo andati a trovarli al loro ritorno a Parma, e c’erano tutti.
Tutti tranne la Franci.(che arrivava dopo perché si era scordata le chiavi!!!)




